Tempo assoluto e tempo relativo

adesso chiamo
no, lo farò dopo
_quando?_ quando saprò ascoltare
la distanza
i fatti
le peregrinazioni circolari
i giorni per eccesso di dolori
l’affollamento di visioni oniriche
l’ombra in agguato dietro l’angolo

poi chiamerò
domani lo farò
_sai che non v’è certezza_
dice la me che mi censura. Dice
che il tempo è un’illusione ciclica
lo spazio un incantesimo
il luogo un antiluogo
ogni materia il suo contrario
siamo
anche quando moriamo
_gli elettroni non sanno di confini_

la mente
trasmette il cielo senza dir parola
e nell’oscurità che ci trattiene
emana e condivide puntiluce

 

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Il vecchio pescatore e l’sola che c’è

guarda il deserto azzurro
la linea che disegna il tempo andato
i suoi ricordi
uccelli migratori senza nido

ha ricucito i fori delle assenze
i vuoti delle case
ma persistono i nodi del dolore
le cicatrici degli addii

da un cielo a un altro cielo
da un mare a un altro mare
si fa costanza ritrovarsi uno
con gli stessi ideali di bellezza
l’amore per l’amore e l’armonia

quell’uno sa
che camminare sulla sabbia
piantare fiori sulla terra
scrivere partiture e poesie
sono diversi modi di pescare

 

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Nel frastuono c’è il seme del silenzio

nacque che intorno urlavano sirene
cadevano le bombe
gente in affanno e corse nei ricoveri
né le braccia materne lo attutivano
quel rumore di tuono
sarà per questo che
                        divenne pietra piccola nascosta
                        allo scavare delle voci

teme la folla
le sagre di paese
la guerra dei sorrisi
l’acrimonia dei vili
i fiori che nascondono pugnali
il mare grosso
                       rischiò l’annegamento
                       ed altre morti

un trabocchetto di ricordi s’apre
senza avvisaglie
scene di vita balzano da crepe
come colombi da una piccionaia
per sua fortuna vegliano amnesie
a salvaguardia della mente
                    vive rasente alla follia dei molti
                    schivando quella propria

scrive nell’aria come su una pagina
composizioni immateriali
l’anima
un asterisco a piè di nuvola

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L’uomo che inventò la speranza

Era seduto sulla pietra nera
della caverna gelida
il fuoco ormai soltanto cenere
la tramontana urlava intorno al masso
che chiudeva l’imbocco

la femmina pareva che dormisse
di un sonno troppo duro
_il neonato non vagisce più_
entrambi sono immobili
bianchi come i rigagnoli di gesso

aveva disegnato un bue e un cavallo
ora nel buio spariti
ma li vedeva scalpitare vivi
ad ogni lampo

c’era stata la luce per due volte
e per due volte il buio
e ci sarebbe stato ancora il disco giallo
_quell’oro prima che scoprisse l’oro
un Dio di certo_

e mentre intorno gli moriva il mondo
gli scaturì come una fiamma in petto
un frullo in testa

spostò il macigno
ricordò i colori
la valle degradante fino al mare
_nessuno ancora lo chiamava mare_
le bacche rosse di quel buon sapore
il latte di quel docile animale
il fusto adatto per l’affilatura
l’amigdala già pronta da inastare

uscì nel sole
formulò un pensiero
un pensiero d’immagini soltanto
_domani è un altro giorno_
sarebbe stato detto nel futuro

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Andiamo

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lungo un fiume di sassi
che ci trasporta a foce
noi di sbieco
aggrappati alle voci

distanziati
eppure luci d’una stessa stella
caduta e frammentata sulla terra

il tempo non ci coniuga al futuro
e nel presente
siamo la fuga che si fa parola

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Messaggio a forme sfuggenti (sembrano sparse)

cristina bove

fluttuazioni - by criBo

Vengo distribuita in molti versi
intendo direzioni
e mi divento inafferrabile
da qualche parte ride un io di fiori piccoli
forse un violino che sparpaglia note
in fondo al letto, là dove non trovo i piedi
e chi sarò da ricavarmi umana?

Ho ancora gli occhi, oppure no, sono soltanto tracce
cosiddette essenziali
ora divelte dalle storie _le voci anche_
un senza oggetto
alcun soggetto
il noi mi fa sparire e riapparire
in punti imprecisati della stanza

ah, la follia! dice la particella sporta
dal centro della fronte
il braccio s’è disteso a dismisura
l’ho perso _ anzi l’abbiamo perso_ noi
esonerati dall’essere compatti
fossimo pane in briciole
per fantasmi di gheppi (ritornano?)

farò, faremo, chi?
Che malditesta! Ecco, sto ritornando.

Signori abitatori di codeste stanze, vi sollevo
dal compito
la vigilanza impone un veloce ripristino
purtroppo
si comincia coll’essere incastrati
un corpo-bara (siamo tutti morti)
la pazza me s’infrange…

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Rarefazione

Rarefazione

Pubblicato il mercoledì, 4 novembre 2015 di cristina bove

riflesso-lampada-e-viso-by-cribo

Quando il corpo
diventa sfumatura
e non si percepisce stabile
quando sconnesso dagli oggetti
si fa nebbia
si diradano i gesti
si distanziano i fatti
gli amori i lutti le peripezie

nel sonno delle cose andate
la vita è come un sogno
che si vorrebbe ricordare, ma
si tenta invano di afferrarlo all’alba

e l’io pensante
è uno stupore fibrillante acuto
che tracima dagli occhi

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Nei secoli futuri (se ci saranno)

scriveranno di noi
ch’eravamo selvaggi
abbattemmo foreste
assassinammo uomini e animali
soffocammo di scorie monti e oceani
perforammo la terra e l’atmosfera

ch’erano in tanti a disinteressarsi
dello stato reale delle cose
imperversando con le chat
appiccicati ai cellulari
come patelle a scogli

diranno che
vivevamo da schiavi consenzienti
intrappolati nelle seduzioni
a fare acquisti a diventare belli
ad agognare un attimo di fama

racconteranno che la storia
si ripeteva a oltranza tale e quale
dai faraoni agli ultimi regnanti
e i popoli asserviti rinunciatari ignavi.
I combattenti
finiti tutti nelle fosse.

Chissà se avranno un po’ di compassione
per chi visse bramando un mondo giusto
senza vederlo mai

 

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L’orizzonte del pozzo

 

Come l’acqua
che si conforma al cerchio del cemento
si sta nel girotondo degli eventi
avanza il freddo
il cielo è un tondo fisso in cima al mondo

emergere e restare in superficie
placa la discrepanza
tra la melma del fondo e le galassie

siamo nel mentre
un punto fermo nell’oscurità
con un raggio di sole che ci adocchia

 

 

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A-plomb

sulla gruccia - by criBo

il corpo
come un vestito sulla gruccia
cade
spoglia dimestichezze
abitua alla vertigine del senza
nullifica ricerche nell’armadio

un pensiero anestetico
esenta da sgradevoli riflessi
ignora l’affiorare delle ossa
relega l’imballaggio
nel limbo dei drappeggi

soltanto nei ritratti
dissimulato con i chiaroscuri
inganna l’occhio
emerge dalla tela
ma
sotto le velature dei colori
niente

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Meteore


di nascosto
da quella me tergiversante
che mi gabbava con romanticismi
_scrisse perfino di gabbiani e amori_
m’incontro coi poeti del disordine
quelli dei fiori morti e giorni dispari

prendo distanza
dai qualunquismi del dolore
dalle lamentazioni mie ed altrui
dalle epopee di eroi crepuscolari
scritte su pagine di sabbia

siamo fugaci apparizioni
fuochi di paglia apparsi per un attimo
e subito scomparsi
in una pandemia d’assuefazione

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Atmosfera protetta

 

vennero e se ne andarono
soccorritori in abito arancione
portarono altra sabbia nel deserto
il disorientamento dei relitti
al vecchio geco senza più ventose

a me l’incaglio in pensieri d’ovatta

dov’ero
quando mi colse la memoria
di quelle cose frivole
che si potevano dipingere a tratteggi
piumaggi e cappellini
barattoli di spezie da cucina
e salti facili
come bere dell’acqua?

Per amore di chi (lo sanno bene)
mi adatto a questa me di sussistenza
e scrivo della vita
in lettere che fanno mongolfiera
facendomi sperare ancora incolume
in un prossimo e soffice accielaggio

 

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Senza interlocutore

grigio
così è il dolore quando si resiste
racchiusi in una bolla
_e non è fuori che imperversa il caos_
dentro si sta sospesi
alluvionati
un profilo e nient’altro

al traboccare delle assuefazioni
piegati alle angherie della coscienza
ci si rivolge a un dio dai mille nomi
pur sapendo
che non darà risposta

ci vorrebbe una grande compassione
per un’analgesia efficace
una pacata dissolvenza
e non uno tsunami
a deflagrare in cuori arresi

 

 

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Vernissage

cristina bove

Avenue de la Liberté, nombre 14
poco distante dalla sinagoga
era lì che attendevo, nell’abito di seta
tagliato da un autentico kimono
un costume di scena tra le robe
del teatro in disuso.
L’Istituto Culturale Italiano
apriva le sue sale alle mie tele.

Ventitreenne giovane pittrice
esordiva il dépliant,
promettente dicevano gli inviti e
il Direttore amico degli artisti.

Stringevo mani, dispensavo sorrisi
l’emozione mi arrochiva la voce.
Il libro aperto sopra la consolle, in attesa
di firme
ed ecco nomi, e segni d’entusiasmo
l’augurio dell’amico tunisino
già pittore famoso
ed io confusa
col mio bambino in braccio
e un altro che aspettavo…
Fu così che li scelsi.

Rifiutai quell’invito: La “galerie des…”
(dimenticai nel mentre)

e poi ci fu la cura degli amori.

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Il contrario di niente è ancora niente

fantasmi - by criBo

i fantasmi s’aggirano confusi
nelle case infestate dagli umani
tacciono per eccesso di ragione
temono i loro fiati
le parole che annientano il mistero
sentono voci dichiarare il pieno
dove c’è il vuoto estremo

nell’alchimia del vano sproloquiare
che nulla di sicuro riferisce
voti apparentemente disuguali
s’affidano a progetti inconsistenti
suadenti baronie rosacrociane
prone all’alloro e all’oro

i fantasmi ricordano le ceneri
mimetizzate in costruzioni ardite
tutte rivolte al cielo
che le ignora

 

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Madre con braccia di mimosa

 

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per mio figlio Giona

 

 

 

 

 

 

 

 

Non ci sentiamo
per non ridire ciò che già sappiamo
e d’altri accadimenti inflazionati
perpetuare il ricordo

“l’amore che ci è dato
non sempre è come lo vorremmo, ma
è pur sempre amore”
disse il poeta
_di quel bene bisogna essere grati_
anche tacendo

non sono avvezza alle lamentazioni
con le mie foglie bianche mi allontano
foglie “noli me tangere”
pudicamente chine sui dolori
_non tanto quelli fisici_
ma quelli del distacco

l’amore non si insegna
né lo si può pretendere
si può dare soltanto
e quando si fa spina la tua assenza
te lo mando
con un abbraccio virtuale
anche se non lo sai

 

 

 

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Impersistenza

 

questi-non-sono-versi-by-cribo

 

ancora ci sarebbe
da consegnare fogli scritti a mano
i documenti delle cause perse
mentre la vita mi agguantava ed io
mi battevo col granchio

vinsi
mi oltrepassai
e giunsi qui col tempo sulle spalle

le sottrazioni furono acquisite
depositate in ordine di addii
errori ed omissioni annessi
mi diedero tagliandi
da spendere se stavo per morire
e ancora vissi

nei giorni avuti in concessione
forse qualcosa scrissi
qualcosa anche dipinsi
ma
di verbi inconiugati
d’instabili scintille
non ci sarà memoria

 

 

 

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L’oceano in una boccia

criMare - by criBo

nella finzioneterapia
belletto sulle pagine
_leggiamo il male sulle guance rosa_
il ritocco dei versi in photoshop
formare una pozzanghera

intrappolati nelle solfe
ci si rimanda alle calende greche
estratti a morte
“a comme ven ven”   _Napoli docet_

Ogni momento è statico
testimonianza dell’effimero
cianometafore
le dipingo col blu di metilene
_il blu dell’anima_

il mio cervello è un mare
vi nuotano pensieri
girovagando da una tempia all’altra

 

 

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Bombyx mori

https://i2.wp.com/omodeo.anisn.it/omodeo/images/seta.jpg

 

Siamo alla frutta
disse al gelso il bruco
_o quel che ne restava_
intanto che forava la matassa

ma dal groviglio a seta persa
sbucava stropicciata una farfalla
_mors tua vita mea_
latinizzò alla spoglia
meglio volare un solo giorno
che esistere per anni
tessuta in uno scialle

 

 

 

 

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