Diario di bordo

burrasca-by-cribo1

il mardimale soffia
motivi stravaganti nella testa
pensieri che si annidano nei versi
lasciando il mondo del dolore ai sogni
ma la mente
nei corpi resi fragili dagli anni
scalpita e non si arrende
sfida la gravità _pietra che vola
osando la bellezza del finire_

ogni mattino è un faro
per chi naviga case senza vele
schivando insidie e sedie
e dalla tolda della sua cucina
scrive di rotte e sale
di maremoti in pentola e fritture
un portolano scritto nel vapore
per traversate spazio-temporali

 

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su Rainews di Luigia Sorrentino

la nota critica di
Giuseppe Martella*
a
 “La simmetria del vuoto”

la simmetria del vuoto - verdearancio

*Giuseppe Martella

 

 

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Il teatro delle sparizioni

teatro - by criBo

abbiamo finto la felicità dei benviventi
per non cedere al buio che tutto ingoia
dal brodo primordiale ai grattacieli

strafatti di millanterie
tra vettovaglie e cure
disegni di carbone sulle rocce
l’ossessionante resa della forma
sceneggiare la vita per non perderla

gli amori defilati
quando vestiti a meridiane e fiori
a piedi nudi nelle praterie dei santi
si sperava nel tempo dei profeti
in qualche via di fuga dal sapere

a ricondurre a lucidovedere
la scienza presta logica e ragione
ma vince il palcoscenico dei folli
la buca delle favole

della tragedia che ci fa e ci disfa
dei marmi incisi nel solenne oblio
dei monumenti simboli d’eterno
si smemora la mente sul proscenio
graziata in apparenza
da un tragico perdono

 

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Tanto per dire

darsena-nella-nebbia-by-cribo

In una sottrazione di candore
la fronte sottintesa
vedevo il vuoto e chi
sapeva della logica del fare
e se ne andò per non lasciarmi sola
esposta al tempo che ci sconfiggeva

due cuori gli battevano nel petto
uno per dire t’amo
l’altro per dire vattene lontano

udivo le parole
sapevano di zucchero e misteri
in frasi di cannella
che a trattenerle in bocca si poteva
assaporare il sole

l’avvolse una canzone di congedo
fatta di nebbia e note
in cui spariva il tu delle memorie
ed io con loro

 

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Scolorimento

nebbia - by criBo

La durata di un corpo
non garantisce la presenza
né la funzione mnemonica
_perdo le referenze sostanziali_
sbiadiscono gli oggetti ed i soggetti
resto sgrammaticata
indiscorsiva
ingrata

mi si perdoni questo tempo
avaro di promesse
questo tempo che incalza e mi distoglie
dalla materia che va scomparendo
che mi cancella al mondo
disperde i miei contatti
impallidisce amori
mi fa smorta

 

 

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Marineria

la bolla - by criBo

in una sospensione punteggiata
si rema dalla sedia alle pareti
il porto del pensiero ha il faro spento
ci si sfracella senza accorgersene
sulla scogliera di vestiti smessi

tra porte disegnate
si naviga a memoria
le bussole non segnano più il nord
il sud dilaga in stanze intermittenti
albatri appollaiati
sulle persiane pavesate a tende

minuscoli frammenti di naufragi
spariscono nei vetri. La bonaccia
dissimula orizzonti alle finestre.
A bordo s’intristisce il capitano
ha un mare dentro
che gli annega il cuore

 

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Accadimenti e deduzioni

Dalle magnificenze d’ogni sorta
al degrado di slum e di favelas
fasti di regni e ghetti di dannati
l’opulenza sfacciata
la miseria che non permette uscita

gli addobbi ci distraggono
dai problemi reali
respiriamo veleni
gli ospedali non bastano, i bambini
s’ammalano di cancro, fanno pena
_ottimo per le onlus di donazioni_
ci stordiamo con notizie banali
pseudoculturali, circhi di varietà
pressati ad acquistare
più di quanto necessiti a campare

disquisiamo di massimi sistemi
scriviamo rime note e ricettari
ci ubriachiamo di musica e colori
_la festa ci distoglie
da tutto ciò che brulica e marcisce
da tutto ciò che muore_
ricorrente rivalsa sull’effimero
come la veste dell’imperatore
che solo l’innocenza può svelare
magari sarà quella del bambino
a rivelarla nuda
quale davvero è

 

 

 

 

 

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Viavivendo

reloj-de-arena1

nel tempo relativo e in quello universale
più delle cose abbandonate
mi sconvolge
la perdita del senso della perdita
l’appiattimento che
toglie colori al mondo e a quel che fu
_ si sopravvive tralasciando_

domando a voi compagni di ventura
se ne sapete di quel fuocoluce
la conoscenza che principio e fine
avvampano nel centro di noi stessi
e se per il timore d’abbagliarci
ci siamo arresi a viverci di lato.
Forse direste che non c’è altra via
per affrontare estreme verità

forse lo dico anch’io
che m’incito a barare sui pensieri
e metto in tavola
carte truccate a versi e immagini
_sembrano giochi nobili_
ma le vittorie sulle proprie linee
sono vittorie pirriche: in trincea
restano morti i morti, i vivi smettono
di piangerli di notte. Il tempo inganna
essendo e non essendo
sempre e mai

 

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Quando Dio perse la pazienza

Isole di plastica occupavano gran parte degli oceani, pesci e cetacei morivano soffocati da sacchetti e bottiglie di plastica, alghe e coralli erano spariti già da tempo. Gli uccelli marini andavano a morire ricoperti di catrame sulle spiagge di immondizie nauseabonde.

Sulle città incombeva lo smog, si propagavano mali incurabili, mali nuovi e oscuri, mali di tossicodipendenza e asocialità. La violenza fomentava guerre che arricchivano sempre più i potenti e gli accaparratori a scapito degli indigenti.
L’odio per il diverso rendeva ciechi e sordi all’altrui sofferenza. Le torture più orribili venivano inventate ed applicate ai corpi di altri esseri umani.
La violenza di genere mieteva donne come spighe, ne occultava le forme ed il pensiero, le lacerava in nome di un amore malato.

I poveri di tutto il mondo, accalcati nelle immense periferie delle città, rinchiusi in falansteri tra spacciatori e drogati (quelli che ancora avevano un lavoro nelle fabbriche sortivano al mattino per guadagnare quanto bastava per sopravvivere e acquistare ciò che le pubblicità televisive inducevano a consumare), erano carne da macello nelle guerre tra banche e governanti: un gregge inerme anestetizzato dai mass-media, ma in cui ciascun individuo, paradossalmente, era illuso di poter accedere alla classe dei privilegiati.

Tra i massimi detentori dei poteri e la massa agonizzante, la borghesia faceva da spartiacque, forte dei propri valori ereditati, culturali e finanziari, immersa nel suo egoistico benessere, dedita ai piaceri dell’arte e del consumo di beni inaccessibili ai miserabili.

Tendaggi e sipari pomposamente ben distribuiti celavano la natura vera del caos.
Spettacoli e concerti, opere che sorprendevano le menti distraendole dai ladrocini dei corrotti, dalle violenze di genere, dai disastri ecologici.

Società castali, piramidi umane dove la base, spolpata a morte, costituiva il concime su cui si innalzavano via via gli strati verso l’alto.
All’apice i padroni del mondo.

Dio era giunto al culmine di ogni benevolenza e comprensione, nemmeno i pochi esseri buoni riuscivano a recargli un minimo conforto. Ormai anche le feste in suo onore gli erano insopportabili. Troppa la contraddizione tra preghiere e operato, troppa la discriminazione tra fratelli, troppa ogni verità rivelata.
Quindi riprese in mano la sua creazione, ordinò ai fiumi di ingrossare gli oceani, a questi di esondare fino a coprire le più alte vette. Ai venti di disperdere ogni traccia di malavita umana e trasportare altrove tra le stelle uomini e donne di buona volontà.
Affranto e desolato, aggiunse il pianto alle acque che tutto travolgevano.
Infine rimpastò l’argilla, fece un palla e la scagliò nell’infinito Nulla.

 

 

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Vecchiaia

ri-velazioni -by criBo

Incide incava scava
laddove levigati ci stormiva
bellezza dentro e fuori
_ci siamo visti e non riconosciuti_

ragnatele calate sui profili
il mio consente a luci diagonali
tracciare prominenze, farle aguzze
_il corpo malcelato nello scialle_

ne presagivo la caduta
la disfatta dei segni e delle falle
lo spogliarsi di vesti e di progetti
il battito discorde

e mi beffo da sola
evocando distanze siderali
riversa tra rottami
scambiati per cuscini

 

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Rondini

https://image.freepik.com/vettori-gratuito/rondini-che-volano-nel-cielo_16643-8.jpg

quando le disegnavo
ero bambina chiusa nei quaderni
per farle nere calcavo la matita
talvolta fino a rompere la carta
_ci volle tempo a farmela leggera
la mano, il cuore no_

anni di soli inverni
mandarini a natale
e tutto il tempo a riparare i vuoti
le mancanze d’abbracci

 

non amavo giocare con le bambole
ero di pezza anch’io, dimenticata
in un cortile di finestre e muri
su cui nemmeno il cielo di partenope
faceva primavera
_la mia, colorata d’azzurro
la custodivo in fogli_
e disegnavo un punto tra le rondini
un punto-me
volare via con loro

 

 

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Di passo

via Di passo

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Ivory black

Tra mescolanze acquerellate
lo stolido pittore
entra in confini provvisori
a coltivare il buio nelle contrade

scuote la testa e cadono bavagli
sulle bocche dei pesci nel barile
_tacciono consenzienti_
intanto che dal mar della ragione
di banchi di sardine
si riempiono le piazze

il baro finge di guardare altrove
rimestando parole nel catrame

ma vedremo fiorire sulla tela
dei nuovi artisti dall’età squillante
_campane da richiamo_
e grazie a loro
assisteremo a sprazzi di coscienza
lumeggiare di vita rose rosse

 

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Poesondando

 

racconta il mare - desktop - by criBo

le parole
significanti d’altre immagini
insidiano i poeti
conducono al confine dove umano
si mescola all’arcano
e l’uomo strapazzato dai pensieri
scaraventa la mente oltre il suo mare

nello sbuffo d’inchiostro
la menzogna
è il neroseppia dell’umanità

dal sommo degli scogli
il pescatore delle allegorie
simile al pensatore di Rodin
osserva il nerofumo dei vocaboli
calare su spirografi e gorgonie
intrappolare anemoni e coralli
disperderne i colori

le sinfonie dell’acqua
inascoltate
spariscono tra cumuli di sabbia

 

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nell’Aldiquà

spiraglio 3   wp - by criBo

cominciammo da un varco
ignudi e ignari
e finiremo in un tramonto oscuro
fingendo pace dove c’è tempesta

mettiamo tende agli occhi
che non si scorga la malinconia
né s’intravedano presagi
il venir meno
i dolori costanti o intermittenti
_passeranno di certo e noi con loro_
e la bellezza che ci ha sostenuto
sarà come un belletto sulle ossa
un trucco per nascondere frattaglie

e siamo qua
nell’incessante rappresentazione
esposti al caso e alla necessità
luciferi nell’ombra

 

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Quei momenti

klimtiana 3 - by criBo

che ci s’incontra sconosciuti in viso
come se si vivesse d’altro nome
_liftati a scanso di ricordi_
ci s’allontana e ci si riavvicina
in un continuo smarrimento dati

si finisce
trascritti sulla carta
un rigo dopo l’altro in sinfonie
copiate dagli uccelli appollaiati
sui fili della luce

voi sapete
la cesura improvvisa
la parola mancante sulla lingua
l’avevamo da fare quella cosa
_quale cosa?_
quella fuggita via
sparita come i sogni all’alba
senza scusanti oniriche

quei momenti
che si subisce il furto dei pensieri
e ci si arrende
al viversi d’inverno senza foglie

 

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Luoghi dismessi e spazi irreperibili

scintillanza-2-by-cribo.jpg

se andare fosse
un movimento verso il non vissuto
_pochissime le tracce scampate all’amnesia_
se per amare il non potuto amare
disperso in altra vita
quella che mai ritornerà nel fiore
forse diresti che c’è ancora un passo
e un altro ancora, ma
ometteresti ch’è verso la fine

diciamolo compendio questo viaggio
nei vicoli dei ninnoli superflui
_l’arte nasce dai semi dell’argilla_
mi radicò come se il cuore fosse terra
e la passione un fiume che l’inonda

piante e rime barocche sembrerebbero
se l’occhio non scoprisse l’entropia
che ne sconfessa l’ordine

quella figura che non sono io
quella figura che non sei più tu
_sono le controparti dell’immenso_
vanno dove ogni dove è tramontato

ci restano pensieri da scambiare
su ciò che non si disse e non si fu

 

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Architetture oniriche

LEGANERD_028641

estranea alle mie braccia
suddivisa
una che sembra tante e in sogno
tra gli scaffali d’un supermercato
incontra la regina d’Inghilterra che
furtivamente mangia un pomodoro
e si confida: sono senza una casa
risponde una di me sofisticata: maestà
l’hanno defenestrata?
Giunge un commesso dalla faccia equina
reca un vassoio di chiavi
ci mostra un falansterio in costruzione
lillipuziani omini nel diorama

a un tratto
sbuffando e sferragliando
passa un convoglio e striscia le vetrine
il capotreno è stanco e sogna il mare
senza binari né stazioni: un cielo
caduto tra le case

gente che vive a vela
sospinta da un respiro di bambino
_un attimo e si è vecchi_
inclusi tutti
adiacenti a colori
prigionieri in un cubo di Rubik

 

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In sovraesposizione

che c’era troppa luce
_abbagli sempre all’ordine del giorno_
non si guarisce dalle proprie ombre
con fari spazza nebbia
come non ci si salva dai malanni
pigiando una tastiera
dandosi al bricolage
o alla corsa nei sacchi

tutti che siamo foglie
in un autunno già virante al grigio
ricordiamo le mani e i lumi verdi
le immagini bizzarre d’un riquadro
ch’era la nostra casa
ci accadeva di vivere di voci
che parevano amore __sia ben chiaro_
in due lingue diverse
accomunate nell’inconsistenza
d’una scrittura semplice


ottobre 2017

 

 

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