Allo specchio

mano bianconero - by criBo

L’io pavone dalle mille code
si riflette nei colori sacri, si compiace
di quanto appare ai cieli
scrive di piume e leggerezze varie
la corona vezzosa sulla testa
dipinge lune e soli per distogliere
l’anima pavoncella grigia
dallo scoprire l’alter ego oscuro
dal rammentare le vittorie pirriche
sui campi di battaglia giornalieri
dove tra sangue e piume
i demoni perirono con gli angeli

l’io che camuffa il grido
gabbandosi da solo _in fondo è un canto_
ma l’anima lo sa
ciò che si annida al buio:
che non esiste sogno o arcobaleno
a ricoprire di bellezza il male

chissà
se a chi ha il coraggio di guardare in faccia
il sé delle miserie e della polvere
sarà svelato il mondo e le sue tenebre
il segreto dell’ombra e della luce

 

 

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Dentro il profilo niente (ovvero, la regina e il cerchio)

stelle nel cerchio - by criBo

Cerchio delle mie brame
sai dirmi perché appaio perimetrale
perché son la più vuota del reame?

Nel centro in cui ti trovi
sei il punto spillonato dal compasso
il raggio ti contorna in trasparenza
se tu fossi una goccia
saresti almeno lumeggiata viva

Forse sono un miraggio
in via di trasparenza verso l’oltre
talmente evanescente da sparire

Forse riapparirai
dall’implosione al centro
come una nana bianca microscopica
nel big bang minuscolo
d’un universo infinitesimale

 

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La corsa il filo il ragno

DSC02291

Dopo la strada c’è
lo spiazzo dei livellamenti
_tutti perdenti o tutti vincitori_
l’apparire non ha significato
quando si viene al dunque

non è il tempo a trascorrere
lo si attraversa d’infinite forme
uomini come insetti
in un garbuglio di memorie
coscienze tese agli angoli dei muri

il premio rassicura
: una coppa di niente ai convenuti
shakerata al bancone del traguardo
_l’hanno bevuta e la berranno tutti_
ultimi sempre
e dopo

 

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Passaggi oltre frontiera

inverno

Con le certezze che non ho
metto la firma
alla dogana dei sopravvissuti
_un pianoterra vale una montagna_
scalandola mi perdo
tra sei gradini e il cielo

avanzerei
su cocci vuoti e vasi di terriccio
_il terrazzo è un paese abbandonato_
con la dichiarazione sottoscritta
d’idoneità al rilascio
e il tempo doganiere
controfirmando irrilevanze
darebbe il suo consenso alle scadenze

 

 

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Saper di non sapere

copernicana - by criBo

Quanto che non conosco
cui non posso pensare
per mancanza d’ipotesi e di dati!
Un infinito rimestare
sbirciando nel fenomeno
evincere quel minimo bastante
per sapermi ignorante
sul confine tra i come ed i perché
nel campo del noumeno

l’universo si espande
e noi quaggiù
_ci appare un sotto, ma non è reale_
seminiamo nel vaso l’io pervaso
lo concimiamo di riflessi astrali
ma nel perenne inverno
_finite le stagioni regolari_
germoglierà nel cuore della neve
algido fiore
un uomogiglio ad imparare ancora
luce e spazio

 

 

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Ponendo l’attenzione

nero e blu wp - by criBo

agli esseri che vivo
come se fossi in loro
_mostrano più di quanto dicono_
dovrei disinnescare l’intuizione
essere me soltanto
ma non posso
ho appreso che mi fanno da custodi
mi salvano dall’inventarmi retta
_l’oscurità che mi appartiene
è nella tomba già, mi ha preceduto_
e la costanza della luce
che sprizza dalle fronti di chi passa
nei miei giardini, sulle scale, in casa
illumina anche me

questa la verità:
prendo dagli altri solamente il buono
la luce che trapela dai loro occhi
il resto lo abbandono
tralascio per stanchezza funzionale
_mi concedo la quiete del pensiero_
e scrivo il minor tempo
e ciò che affiora

 

 

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Camera con pista

in una stanza tutto l'universo - by criBo

nel labirinto d’una stanza
_un otto ripetuto all’infinito_
finito il tempo delle tane
il bianconiglio ha smesso di fuggire
diventa trasparente contromano
in pasto alle parole che l’inseguono
impara la lentezza
l’inanità degli orologi
_la notte c’è un brusio di cartapesta_
e nella sospensione d’aria
la ninnananna della madre ha fine

luoghi disposti come cartoline
sugli scaffali ingombri
suggeriscono viaggi tra pareti
_il cappellaio partì con la teiera
lasciando tazze rotte_
in casa c’è l’arrivo ed il commiato
l’universo piovuto da una nova
il punto
il tutto

 

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Diario di bordo

burrasca-by-cribo1

il mardimale soffia
motivi stravaganti nella testa
pensieri che si annidano nei versi
lasciando il mondo del dolore ai sogni
ma la mente
nei corpi resi fragili dagli anni
scalpita e non si arrende
sfida la gravità _pietra che vola
osando la bellezza del finire_

ogni mattino è un faro
per chi naviga case senza vele
schivando insidie e sedie
e dalla tolda della sua cucina
scrive di rotte e sale
di maremoti in pentola e fritture
un portolano scritto nel vapore
per traversate spazio-temporali

 

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su Rainews di Luigia Sorrentino

la nota critica di
Giuseppe Martella*
a
 “La simmetria del vuoto”

la simmetria del vuoto - verdearancio

*Giuseppe Martella

 

 

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Il teatro delle sparizioni

teatro - by criBo

abbiamo finto la felicità dei benviventi
per non cedere al buio che tutto ingoia
dal brodo primordiale ai grattacieli

strafatti di millanterie
tra vettovaglie e cure
disegni di carbone sulle rocce
l’ossessionante resa della forma
sceneggiare la vita per non perderla

gli amori defilati
quando vestiti a meridiane e fiori
a piedi nudi nelle praterie dei santi
si sperava nel tempo dei profeti
in qualche via di fuga dal sapere

a ricondurre a lucidovedere
la scienza presta logica e ragione
ma vince il palcoscenico dei folli
la buca delle favole

della tragedia che ci fa e ci disfa
dei marmi incisi nel solenne oblio
dei monumenti simboli d’eterno
si smemora la mente sul proscenio
graziata in apparenza
da un tragico perdono

 

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Tanto per dire

darsena-nella-nebbia-by-cribo

In una sottrazione di candore
la fronte sottintesa
vedevo il vuoto e chi
sapeva della logica del fare
e se ne andò per non lasciarmi sola
esposta al tempo che ci sconfiggeva

due cuori gli battevano nel petto
uno per dire t’amo
l’altro per dire vattene lontano

udivo le parole
sapevano di zucchero e misteri
in frasi di cannella
che a trattenerle in bocca si poteva
assaporare il sole

l’avvolse una canzone di congedo
fatta di nebbia e note
in cui spariva il tu delle memorie
ed io con loro

 

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Scolorimento

nebbia - by criBo

La durata di un corpo
non garantisce la presenza
né la funzione mnemonica
_perdo le referenze sostanziali_
sbiadiscono gli oggetti ed i soggetti
resto sgrammaticata
indiscorsiva
ingrata

mi si perdoni questo tempo
avaro di promesse
questo tempo che incalza e mi distoglie
dalla materia che va scomparendo
che mi cancella al mondo
disperde i miei contatti
impallidisce amori
mi fa smorta

 

 

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Marineria

la bolla - by criBo

in una sospensione punteggiata
si rema dalla sedia alle pareti
il porto del pensiero ha il faro spento
ci si sfracella senza accorgersene
sulla scogliera di vestiti smessi

tra porte disegnate
si naviga a memoria
le bussole non segnano più il nord
il sud dilaga in stanze intermittenti
albatri appollaiati
sulle persiane pavesate a tende

minuscoli frammenti di naufragi
spariscono nei vetri. La bonaccia
dissimula orizzonti alle finestre.
A bordo s’intristisce il capitano
ha un mare dentro
che gli annega il cuore

 

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Accadimenti e deduzioni

Dalle magnificenze d’ogni sorta
al degrado di slum e di favelas
fasti di regni e ghetti di dannati
l’opulenza sfacciata
la miseria che non permette uscita

gli addobbi ci distraggono
dai problemi reali
respiriamo veleni
gli ospedali non bastano, i bambini
s’ammalano di cancro, fanno pena
_ottimo per le onlus di donazioni_
ci stordiamo con notizie banali
pseudoculturali, circhi di varietà
pressati ad acquistare
più di quanto necessiti a campare

disquisiamo di massimi sistemi
scriviamo rime note e ricettari
ci ubriachiamo di musica e colori
_la festa ci distoglie
da tutto ciò che brulica e marcisce
da tutto ciò che muore_
ricorrente rivalsa sull’effimero
come la veste dell’imperatore
che solo l’innocenza può svelare
magari sarà quella del bambino
a rivelarla nuda
quale davvero è

 

 

 

 

 

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Viavivendo

reloj-de-arena1

nel tempo relativo e in quello universale
più delle cose abbandonate
mi sconvolge
la perdita del senso della perdita
l’appiattimento che
toglie colori al mondo e a quel che fu
_ si sopravvive tralasciando_

domando a voi compagni di ventura
se ne sapete di quel fuocoluce
la conoscenza che principio e fine
avvampano nel centro di noi stessi
e se per il timore d’abbagliarci
ci siamo arresi a viverci di lato.
Forse direste che non c’è altra via
per affrontare estreme verità

forse lo dico anch’io
che m’incito a barare sui pensieri
e metto in tavola
carte truccate a versi e immagini
_sembrano giochi nobili_
ma le vittorie sulle proprie linee
sono vittorie pirriche: in trincea
restano morti i morti, i vivi smettono
di piangerli di notte. Il tempo inganna
essendo e non essendo
sempre e mai

 

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Quando Dio perse la pazienza

Isole di plastica occupavano gran parte degli oceani, pesci e cetacei morivano soffocati da sacchetti e bottiglie di plastica, alghe e coralli erano spariti già da tempo. Gli uccelli marini andavano a morire ricoperti di catrame sulle spiagge di immondizie nauseabonde.

Sulle città incombeva lo smog, si propagavano mali incurabili, mali nuovi e oscuri, mali di tossicodipendenza e asocialità. La violenza fomentava guerre che arricchivano sempre più i potenti e gli accaparratori a scapito degli indigenti.
L’odio per il diverso rendeva ciechi e sordi all’altrui sofferenza. Le torture più orribili venivano inventate ed applicate ai corpi di altri esseri umani.
La violenza di genere mieteva donne come spighe, ne occultava le forme ed il pensiero, le lacerava in nome di un amore malato.

I poveri di tutto il mondo, accalcati nelle immense periferie delle città, rinchiusi in falansteri tra spacciatori e drogati (quelli che ancora avevano un lavoro nelle fabbriche sortivano al mattino per guadagnare quanto bastava per sopravvivere e acquistare ciò che le pubblicità televisive inducevano a consumare), erano carne da macello nelle guerre tra banche e governanti: un gregge inerme anestetizzato dai mass-media, ma in cui ciascun individuo, paradossalmente, era illuso di poter accedere alla classe dei privilegiati.

Tra i massimi detentori dei poteri e la massa agonizzante, la borghesia faceva da spartiacque, forte dei propri valori ereditati, culturali e finanziari, immersa nel suo egoistico benessere, dedita ai piaceri dell’arte e del consumo di beni inaccessibili ai miserabili.

Tendaggi e sipari pomposamente ben distribuiti celavano la natura vera del caos.
Spettacoli e concerti, opere che sorprendevano le menti distraendole dai ladrocini dei corrotti, dalle violenze di genere, dai disastri ecologici.

Società castali, piramidi umane dove la base, spolpata a morte, costituiva il concime su cui si innalzavano via via gli strati verso l’alto.
All’apice i padroni del mondo.

Dio era giunto al culmine di ogni benevolenza e comprensione, nemmeno i pochi esseri buoni riuscivano a recargli un minimo conforto. Ormai anche le feste in suo onore gli erano insopportabili. Troppa la contraddizione tra preghiere e operato, troppa la discriminazione tra fratelli, troppa ogni verità rivelata.
Quindi riprese in mano la sua creazione, ordinò ai fiumi di ingrossare gli oceani, a questi di esondare fino a coprire le più alte vette. Ai venti di disperdere ogni traccia di malavita umana e trasportare altrove tra le stelle uomini e donne di buona volontà.
Affranto e desolato, aggiunse il pianto alle acque che tutto travolgevano.
Infine rimpastò l’argilla, fece un palla e la scagliò nell’infinito Nulla.

 

 

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Vecchiaia

ri-velazioni -by criBo

Incide incava scava
laddove levigati ci stormiva
bellezza dentro e fuori
_ci siamo visti e non riconosciuti_

ragnatele calate sui profili
il mio consente a luci diagonali
tracciare prominenze, farle aguzze
_il corpo malcelato nello scialle_

ne presagivo la caduta
la disfatta dei segni e delle falle
lo spogliarsi di vesti e di progetti
il battito discorde

e mi beffo da sola
evocando distanze siderali
riversa tra rottami
scambiati per cuscini

 

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Rondini

https://image.freepik.com/vettori-gratuito/rondini-che-volano-nel-cielo_16643-8.jpg

quando le disegnavo
ero bambina chiusa nei quaderni
per farle nere calcavo la matita
talvolta fino a rompere la carta
_ci volle tempo a farmela leggera
la mano, il cuore no_

anni di soli inverni
mandarini a natale
e tutto il tempo a riparare i vuoti
le mancanze d’abbracci

 

non amavo giocare con le bambole
ero di pezza anch’io, dimenticata
in un cortile di finestre e muri
su cui nemmeno il cielo di partenope
faceva primavera
_la mia, colorata d’azzurro
la custodivo in fogli_
e disegnavo un punto tra le rondini
un punto-me
volare via con loro

 

 

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Di passo

via Di passo

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