Nella città di sabbia

Sui marciapiedi frantumati
prossimi al precipizio
le donne han messo in fila le stagioni
i giorni neri delle assenze
le briciole di voci nei cassetti
gli abiti che non è mai domenica
il passaporto per il letto
il tappetino con su scritto “salve”

gli uomini custodiscono l’entrata
che in effetti è l’uscita
chiedendo il passaporto per la vita
ai reduci di tutte le battaglie

i figli fanno un nido per le madri
che invecchiano e diventano più fragili
smettono di lustrare suppellettili
dimenticano pentole sul fuoco
vedono male da vicino
benissimo lontano
oltre le nuvole

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Dove non si è ritratti né riflessi

Gli specchi appannano la stanza e chi ci abita.

Soltanto le fotografie restano vivide, salvano volti, luoghi, amori, vita. Documentano storia e storie minime, il senso che si dava alla speranza.

Si muove lentamente, i suoi gesti sono diventati cauti e questo la deprime: la rapidità era il suo forte, poteva fare mille cose insieme e nel frattempo progettarne altre.

Affronta questa sfasatura in una sorta di scissione in cui le sembra che una di sé trascorra il tempo a guardare documentari, film e serie di registi audaci, di giovani divulgatori impegnati a infondere dubbi sulle ingiustizie di sistemi iniqui (le caste non sono solo in India) e l’altra si mantenga attiva leggendo, scrivendo, disegnando, ascoltando musica, scoprendo nuove fonti di sapere. Il tutto per  distogliere la mente da pensieri tristi.

Gli specchi, quindi, possono essere ignorati.

La donna che vi appare è sempre più sfocata, si espande fino a confondersi con altrettante forme evanescenti. Vive come sospesa sulla soglia oscillante tra due mondi interconnessi, ora più presente nell’uno, ora nell’altro.

L’angoscia è sostituita da una pacata forma di rassegnazione, ma evita questa parola che suona di sconfitta: cosa ci sarebbe mai da perdere? Non la vita, che finirà comunque. Forse la ragione.

Ecco il suo grande timore: diventare come quegli specchi, opaca, vuota, incapace di dare  e ricevere amore, pesare come un macigno pur essendo un’ombra.

“Stiamo lavorando perché ciò non accada” questo vorrebbe sentirsi dire dalle presenze che a volte percepisce intorno.

Ma le permane il dubbio che siano stratagemmi, adattamenti della psiche per eludere la consapevolezza della fine.

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Flop

A quelli che di semine e raccolti
_mani segnate a calli e terra nera_
fa lo stesso silenzio la poesia
la biografia dei grandi, il saggio storico
le diatribe sui massimi sistemi
gli scambi epistolari
l’astronomia, lo studio dei metalli
la fisica dei quanti
e mille eccetera

quelli che non consumano parole
ma sanno
di malevento e grandine
dell’abbondanza e delle carestie
di lune in alternanza tra le pergole
e che stanno
nella sapienza ruvida dei fatti
come fiori su bocche di cannone
_la miccia coronata è stata accesa_

finito il grano
si morirà di favole e brioches
virali e virtuali
fantasticando di mangiare pane

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Dalla muta alla fisica

https://www.lescienze.it/images/2017/10/25/224056092-32f8e63a-e4fe-4905-998b-073a284feb00.jpg

Fuoriuscita dal bozzolo dell’enfasi
la ninfabruco libera da ingombri
ha rinunciato al volo
appende al chiodo-foglia le sue ali
_per stare in sospensione basta l’aria_
smette gli edulcoranti della vita
il miele e le metafore

quando sarà
svincolata da nomi e da contorni
percorrerà le doppie fenditure
_un’onda infinitesima o un corpuscolo_
il duplice passaggio che asserisce:
l’uno non è mai uno

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Del comparire e scomparire

Nessuno finirà
si estinguono sistemi funzionali
assemblaggi biochimici
ma
né cenere né fossa annulleranno
la scia che non ha forma
l’evanescenza del pensiero, il nesso
che ci trattiene sulla terra
madrepianeta immersa nello spazio
eppure a lei
dobbiamo la vertigine del salto

a noi il coraggio
d’assecondare quanto non sappiamo
d’abbandonarci all’apparente fine
perché accadrà comunque
ma nell’accettazione del destino
avremo quiete
e forse
assieme al senso d’essere vissuti
qualunque cosa sia quell’oltre
noi
ancora lo sapremo

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Matrix

Pronuncia i nostri nomi
con voce di galassie in fiore
noi che siamo
gemme lustrate a fiato

ecco ci chiama
noi che ci fece figli di sua fonte
zampilli e sonagliere
noi che ci travasiamo
e diamo vita a vortici d’amore

canta per noi la madre
la nenia di penombra
e mentre noi dormiamo
ci fa stelle

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Questi giorni

in una linea parallela al mondo
traccia che mai s’incontra
né confluisce in una rigacielo
giorni di zone virulente
tra l’essere e il volere
tra la magnificenza dei mattini
che ancora fanno luminarie ai vetri
e la fatale oscurità del sonno

per affrontare l’apatia che incalza
mi sconnetto dal flusso dei pensieri
minimizzo
ripeto serie e carte       gioco al mondo
vinco di rado
ma il perdere mi salva dal morire
prima che giunga il tempo

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Nel cerchio d’una lingua ignota

e si capiva
come se fosse d’acqua
un ruscellare in vuoti da riempire
e i fossili tornavano animati
a dire del nontempo e delle stelle
il prima e il dopo
il noi delle infinite vite

fu pronunciata un’alba nel remoto
e nel presente luccicò una frase
scorrendo in quell’invaso senza fondo
ci travolse
e mentre cercavamo di svelarla
ciascuno seppe d’essere scintilla
d’un puzzle senza inizio e senza fine
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Quid

fotoni - by criBo

è l’io-pensiero
il sé che sa di Sé
che nel continuo mutare della forma
resta

è l’impalpabile
che non avendo limiti e confini
è puro esistere
nemmeno un punto lo può definire
ente a sé stante

forse c’era da prima
di conoscersi corpo
e forse ancora ci sarà
dopo la sua disgregazione atomica

un io di quanti
in espansione verso l’infinito
forse

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Le presenze intorno a noi

nel cogliere i ritorni
i passi dentro un corridoio di neve
scene offuscate          e non d’amnesia
che pure svuota parte delle impronte
una canzone triste negli androni

vecchi colombi in fila su ringhiere
ad aspettare il volo di caduta
con gli occhi rossi        sembrano di pianto
annate complicate
una moria di bipedi smarriti
nella follia virale

il confine si va rarefacendo
nella giuntura tra la luce e il buio
l’essere umano è corpo che racchiude
coscienza che si espande
e nella convergenza degli estremi
è l’uno e i tanti

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I mali hanno corsie preferenziali

“non mi portate in ospedale
in questi tempi di malora” dice
l’uomo dal troppo zucchero in vena
che se n’è andato via ma ancora sta

rispondere è impossibile
per insufficienza di dove
e il quando è un’astrazione temporale
un prolungato addio di mente

la donna che ha finito le risorse
del buon samaritano
scopre che si può tessere la luna
per farne una campana
_la ripara dai traffici del mondo_
ma chi la sa ascoltare
capisce ciò che tace
sente la densità del suo nondire
le perdona l’esilio della resa
lo starsene in disparte

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di Quanto in Quanto

Se pensiamo
che il sempre è senza date
e che la libertà non ha misure
il mai scomparirà

e noi
minuscoli ed immensi
immersi nel respiro universale
dal nucleo alle galassie
siamo frattali in espansione, ma
ingannati dai limiti apparenti
ci riteniamo solidi
e non sappiamo leggerci attraverso

 

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Il gioco e le sue regole

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sulla scacchiera esagonale
avanza il nostro esercito di carta
tentando le varianti
per conquistare la non-dimensione

i pezzi disegnati col grafene
sconfessano sul foglio
l’anatomia dei gravi
le strategie del peso e del volume

si vince se si perde lo spessore

ci si arrende
sventolando la nebbia del pensiero
come bandiera bianca
tra le caselle e il cielo

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Lontananze apparenti

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Giardino d’inverno

sul vetro della serra il vapor acqueo
scivola sugli auguri della festa
_seminammo l’incerto di speranza_
di fioritura postuma e segreta
potremmo inabissarci nelle favole
per eludere i mali che si schiudono
l’uomo dal fiore in bocca
e in ogni dove

luminarie persistono a distogliere
da strappi inevitabili
_squarci che non c’è filo che rattoppi_
bagliori  che s’infrangono negli occhi
potremmo rannicchiarci dietro gli angoli
d’un castello di carte
fingendo una corazza antidolore
al cumulo di assenze

siamo terreno fragile
esposto alle tempeste

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La memoria del vetro

passava una malinconia da stanza vuota
ne temevo l’entrata
a mia difesa disponevo parole
quasi fossero perle
in castaliane strategie di vita
magister ludi*  di me stessa, a bada
d’un’assenza annunciata

_chiedetemi delle opere incompiute_
voi che sapete come me il lasciare
il mettersi in disparte
il trattenere indocili pensieri
che si farebbe meglio a rivelare
se di un’eutanasia dei sensi
l’anima non tacesse

passava tentandomi agli spazi
voi sapete di quelle vacuità allettanti
di come sia rapace l’abbandono
e dico voi perché se lo sapessi solo io
avrei dei dubbi sulla mia sostanza
_infilare un respiro dopo l’altro
non garantisce l’esistenza_

  • *sentirmi in spirito come Josef Knecht, il protagonista de “il gioco delle perle di vetro” di Herman Hesse

 

 

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Gira e rigira l’uomo nell’anello

 

se i corpi
fossero punti di riferimento
sarebbero immutabili
e la vita
un rettilineo senza panorami

ma in un continuum curvo
l’eternità fatta percorso
è un’interfaccia tra nascita e morte
un nastro di Moebius
che in alternanze gravitazionali
scorre mutando forma e percezione
ad ogni svolta

e se la fine
disfacimento o transizione atomica
fosse fittizia sparizione
un susseguirsi di rivoluzioni
di noi
nell’incessante divenire
persisterebbe qualche traccia

 

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Tempo assoluto e tempo relativo

adesso chiamo
no, lo farò dopo
_quando?_ quando saprò ascoltare
la distanza
i fatti
le peregrinazioni circolari
i giorni per eccesso di dolori
l’affollamento di visioni oniriche
l’ombra in agguato dietro l’angolo

poi chiamerò
domani lo farò
_sai che non v’è certezza_
dice la me che mi censura. Dice
che il tempo è un’illusione ciclica
lo spazio un incantesimo
il luogo un antiluogo
ogni materia il suo contrario
siamo
anche quando moriamo
_gli elettroni non sanno di confini_

la mente
trasmette il cielo senza dir parola
e nell’oscurità che ci trattiene
emana e condivide puntiluce

 

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Il vecchio pescatore e l’sola che c’è

guarda il deserto azzurro
la linea che disegna il tempo andato
i suoi ricordi
uccelli migratori senza nido

ha ricucito i fori delle assenze
i vuoti delle case
ma persistono i nodi del dolore
le cicatrici degli addii

da un cielo a un altro cielo
da un mare a un altro mare
si fa costanza ritrovarsi uno
con gli stessi ideali di bellezza
l’amore per l’amore e l’armonia

quell’uno sa
che camminare sulla sabbia
piantare fiori sulla terra
scrivere partiture e poesie
sono diversi modi di pescare

 

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Nel frastuono c’è il seme del silenzio

nacque che intorno urlavano sirene
cadevano le bombe
gente in affanno e corse nei ricoveri
né le braccia materne lo attutivano
quel rumore di tuono
sarà per questo che
                        divenne pietra piccola nascosta
                        allo scavare delle voci

teme la folla
le sagre di paese
la guerra dei sorrisi
l’acrimonia dei vili
i fiori che nascondono pugnali
il mare grosso
                       rischiò l’annegamento
                       ed altre morti

un trabocchetto di ricordi s’apre
senza avvisaglie
scene di vita balzano da crepe
come colombi da una piccionaia
per sua fortuna vegliano amnesie
a salvaguardia della mente
                    vive rasente alla follia dei molti
                    schivando quella propria

scrive nell’aria come su una pagina
composizioni immateriali
l’anima
un asterisco a piè di nuvola

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