Da vaghezza a contezza

a Lettere d’estate
quando imparai le lucciole nell’erba
bambina scarmigliata
sulla collina tremula di luci
in che senso – mi dico – questi versi
sarebbero poesia?

E no
bisogna inabissarsi nella carne
giungere dove non esiste il dove.
Era un ferro da calza
entrava in me come in un puntaspilli
mi perforava l’anima.

Mi chiederai conferma
non ti risponderò: la lingua l’ho riposta
così lontana dalle mie parole
da non saperne ricavare suoni.

Che nemmeno negli atomi si legge
un solo rigo di melensa storia
ma tu che sei
mia malattia mortale
mio delirio
tu che m’incidi dentro
a sangue vivo
benché di violacciocche e margherite
spargi il prato
devi avere il pudore
Tu
che traduci tutte le creature
di voltarti se piango, di far finta
di non avermi visto.

Informazioni su cristina bove

sono grata alla vita d'avermi lasciato il sorriso
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2 risposte a Da vaghezza a contezza

  1. lementelettriche ha detto:

    “La prossima volta che dovessimo incontrarci – perché il caso potrebbe volerlo – abbi almeno la compiacenza di abbassare la testa al mio cospetto e non ti provare a far diversamente con la mia famiglia.”
    Non l’ho detto in poesia, come fai tu, ma mi ha fatta parlare quel dolore che giunge da dove non c’è dove.

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  2. cristina bove ha detto:

    e non risparmia nessuno…
    🙂

    Mi piace

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