Una mattina che

La felicità conseguita nell’isolamento dal mondo e goduta entro i confini della propria esistenza privata non può mai essere altro che la famosa ‘assenza di dolore’, una definizione sulla quale devono convenire tutte le variazioni di un coerente sensitismo. L’edonismo, la dottrina che solo le sensazioni corporee sono reali, non é che la forma più radicale di un modo di vita non-politico, totalmente privato, il vero compimento del lathe biosas kai me politeusthai (‘vivi nascosto e non curarti degli affari del mondo’). Normalmente, l’assenza di dolore non é altro che la condizione corporea per esperire il mondo; solo se il corpo non é irritato e, per l’irritazione, ripiegato su se stesso, i nostri sensi possono funzionare normalmente, ricevere ciò che si dà loro.
[…]
Lo sforzo mentale richiesto dalle filosofie che per varie ragioni desiderano ‘liberare’ l’uomo dal mondo é sempre un atto d’immaginazione in cui la mera assenza di dolore é vissuta e realizzata nell’impressione di esserne liberati”.

Hannah Arendt, “Vita activa: la condizione umana”

________________________________________________________________________________

che tentativo assurdo
voler comunicare
me ne sto qui che  mi strattono
per trascinarmi fuori
fuori il sole
mi spia dalle persiane
vado a farmi un caffè per non uscire
cado
dal sogno già dimenticato
__si stava così bene!__
le coperte si svuotano di me
che io non posso

accattono parole dal’eterno
impasto
caselle nere tutte
non c’è rimasto il tempo di una croce
sbarrata
fanne fascine – dice – quella sola
bianca (era un no)

mi stringo il corpo addosso
che sembra invulnerabile
__mi salverà il tallone
per uscire dal mondo delle forme?__
se dalle compattezze
è inefficace il verso formulato
il desiderio d’essere immortale
è
lama d’Achille.

__________________________________

altri commenti interessanti QUI

Informazioni su cristina bove

sono grata alla vita d'avermi lasciato il sorriso
Questa voce è stata pubblicata in poesie. Contrassegna il permalink.

29 risposte a Una mattina che

  1. massimobotturi ha detto:

    mi stringo il corpo adosso, perfetta sintesi

    un abbraccio cara Cristina

    Mi piace

  2. carmen ha detto:

    Sbaglio, o la spiegazione è già nel brano di Hannah Arendt?
    La poesia è una delle tue più belle, (ma quand’è che si possa fare una vera scelta, ancora non lo so!)
    Versi che mi paiono intimamente pervasi della liricità che sempre accompagna l’espressione di sentimenti personali, ma nello stesso tempo li sento uscire in libertà, per alleggerire quel corpo che “si difende” srtingendosi a se stesso.
    Ma per te, il corrispondente del tallone d’Achille è nella mente.
    Bravissima, (ma che novità!)
    Ciao
    Car

    Mi piace

    • cristina bove ha detto:

      Car, il brano della Arendt ha ispirato questi versi che però già giravano da qualche giorno nella mia mente.
      mi sembra di aver fatto il punto su una sensazione che spesso mi accompagna, quella di sentirmi quasi spaesata in questa condizione umana dalla quale però non si può prescindere per esistere.
      Non c’è un vero rammarico, credo di aver scritto una poesia-domanda-retorica
      che presuppone il dato.
      ma noi, fuori dalla veste-corpo che veicola le sensazioni, abbiamo altri livelli di comunicazione, la mente, appunto.
      grazie 🙂

      Mi piace

  3. miglieruolo ha detto:

    La mia esperienza non coincide con le conclusioni di Hanna Arendt. La mia sensibilità sì con le parole di Cristina Bove

    Mi piace

  4. miglieruolo ha detto:

    Preciso: più che non coincidere con Arendt, la mia esperienza non coincide con le affermazioni degli edonisti. Io sono il mio scopo. Ma come raggiungerlo senza gli altri. Cioé, senza la politica? Senza che io mi curi degli affari del mondo. L’irritazione del corpo può essere ridimensionata, quella dell’uomo solo mai.

    Mi piace

    • cristina bove ha detto:

      Mauro, credo anch’io che non potremmo inferire il nostro stato e relativa quiddità, se non avessimo una vita di relazione.
      la politica è necessità di condivisione, e non potrebe essere altrimenti, è messa in atto di correzioni alla pulsione all’edonismo, a favore di una collaborazione tra singoli per il bene comune. Ma purtroppo la degenerazione degli scopi primari, produce anche il desiderio di fuga.
      L’irritazione del corpo, dici bene, può essere ridimensionata, la solitudine del singolo lo attanaglierebbe ancora di più e lo renderebbe ancora più consapevole della sua impotenza nei confronti della realtà naturale.

      Mi piace

  5. theallamente ha detto:

    niente è più prigioniero del corpo del nostro pensiero…

    Mi piace

  6. frantzisca ha detto:

    Dissento su tutta la linea dalla teoria sovraesposta, ognuno di noi ha la sua “personale” percezione di felicità, e non è detto che sia l’assenza del dolore, e che si possa perseguirla con l’estraniamento, anzi di solito ha necessità di essere condivisa, tutte le emozioni richiedono condivisione, poichè ritengo l’animo umano incapace di contenerle.
    Per me da questa incapacità nasce l’arte, dal bisogno di condivire le proprie emozioni e con esse parte del nostro io, alla continua ricerca dei fili che ci legano agli altri, senza i quali nessuna esperienza terrena avrebbe valore. Un essere umano in un’isola, solo, che non abbia mai visto nessun umano come potrebbe sperimentare, se non solo la carnalità e i suoi bisogni?
    Non ho mai ritenuto che l’eremita nel suo isolamento sia “felice” credo che possa raggiungere uno stato di serenità, che è tutt’altro che essere felici.
    Questo il mio pensiero e ancora altro, ma valido anch’esso come qualunque “teoria” espressa da mente umana.

    Tutta la poesia esprime il disagio, il tentativo assurdo dell’incipit. Il poeta che non vuole ri-svegliarsi dopo un bel sogno, anche se non lo ricorda, ma vorrebbe comunicare lo stato di grazia in cui si è trovato dormendo…uno stato di estrema libertà svincolato dai condizionamenti della carne, per me nel verso: “per uscire dal mondo delle forme”
    mentre nel verso: “il desiderio d’essere immortale”
    forse la sperimentazione trovata nel mondo onirico, quella sensazione data dalla mancanza corporea che ci fa certi che in noi c’è una parte immortale, che da svegli non si riesce a raggiungere tranne che liberandosi del corpo, e questo avviene, oltre che talvolta in sogno, definitivamente con la morte corporea.
    Questa la mia lettura, e per favore qualche volta, una volta sola scrivi una “monnezza” sono a corto di elogi…cmq universalmente condivisibile.

    Mi piace

    • cristina bove ha detto:

      Frantzisca, permettimi di riportare uno stralcio di questo tuo articolato e lucido commento, che ritengo importante e condivisibile, appunto:

      “…tutte le emozioni richiedono condivisione, poichè ritengo l’animo umano incapace di contenerle.
      Per me da questa incapacità nasce l’arte, dal bisogno di condivire le proprie emozioni e con esse parte del nostro io, alla continua ricerca dei fili che ci legano agli altri, senza i quali nessuna esperienza terrena avrebbe valore. Un essere umano in un’isola, solo, che non abbia mai visto nessun umano come potrebbe sperimentare, se non solo la carnalità e i suoi bisogni?…”

      Infatti, come potrebbe una cellula non far parte di un organo per esistere?…
      Viene istintivo pensare al neonato, al cucciolo umano, che, se lasciato a se stesso, non potrebbe sopravvivere.
      La prima forma di collaborazione è quella tra madre e figlio, e padre.
      Anzi la prima ancora è l’accogliere in sé di un elemento estraneo, il seme, che poi darà vita a un essere, ed ecco che la relazione è già stabilita.
      Ma qui ci sarebbe troppo da dilungarsi.
      Nei miei versi forse c’è questa consapevolezza, ma anche, e lo riconosco in me, talvolta il desiderio di isolarmi.
      Il tuo commento, anzi i vostri, mi hanno fatto molto riflettere, ho ricordato il senso di gratitudine verso i medici che mi liberavano dal dolore con gli antidolorifici e, da qui, tutta la serie di fruizioni sociali che comunque hanno reso più vivibile anche la condizione estrema della sofferenza umana.
      Condividere il pensiero, poi, è quanto facciamo qui e ovunque si faccia un segno che ci riveli all’altro.
      un abbraccio
      grazie

      Mi piace

  7. domenica luise ha detto:

    Non esiste felicità da soli e, a mio parere, nemmeno l’assenza del dolore da soli. E basta la sofferenza fisica a precluderne ogni possibilità, l’artrosi articolare che brucia nelle ossa e ti impedisce il passo e tentare una pillola che forse attenuerà, ma non sai se può farti venire un’emorragia qui o lì. Facciamo a pugni con noi stessi, caducità contro fame di immortalità e, forse, coscienza di essere immortali.

    Mi piace

    • cristina bove ha detto:

      Non esiste felicità, cara Mimma, né da soli né accompagnati.
      Esiste il piacere di un attimo
      e il dolore, chissà perché, dura sempre più del piacere.
      ma sarebbe orribilmente peggio soffrire e spegnersi da soli.
      a volte basta anche una parola…

      Mi piace

  8. Fausto marchetti ha detto:

    in questo mondo “fuori di testa” si è fatta strada, anzi autostrada a quattro e sempre più corsie, la linea di pensiero (per molti una certezza) che tutti i mezzi purché siano efficaci sono leciti e giustificati per conseguire il proprio scopo.
    Questo è il veleno e il rimedio va cercato dove si trova il veleno.
    Abbiamo bisogno di uomini nuovi che diano fede e speranza, uomini che sappiano comunicare il bene, il buono , il meglio che hanno ricevuto e che a loro volta hanno trasformato e trasformeranno con l’aiuto di altri uomini in bene, buono, meglio. Con le nostre azioni e le nostre parole ci inseriamo nel mondo umano e questo inserimento è una seconda nascita.
    La condivisione è necessaria appunto per questo.
    Riusciamo a comprenderci e a comprendere chi è stato prima di noi perché pur nelle infinite diversità siamo uguali, tutti (a pari livello e pari dignità) e abbiamo bisogno di parole e azioni per comprenderci a vicenda.

    Cara Crì, goditi l’aroma del caffè, il sangue del drago che ogni mattina ti dà il vigore per parlare il linguaggio degli uccelli. Oltre ai tuoi quattro cavalieri, all’arte e tanto altro ancora quando nella spalla dove si posò la foglia di tiglio entrerà la lama fatale a noi resteranno le tue parole in salita e discesa negli attraversamenti verticali.

    Spero che sia passato qualcosa del mio commento da cappellaio matto( io preferisco il thé al caffè che non mi fa dormire) non certo da “fuori di testa”.

    un caro saluto e buona domenica

    Mi piace

    • cristina bove ha detto:

      Caro Fausto, abbiamo bisogno di confortarci a vicenda, questa è la sola verità, perché non sappiamo nulla del nostro esistere, nulla del nostro destino.
      Tutto quello che abbiamo è la consapevolezza di non sapere perché esistiamo.
      E solo per questo dovremmo avere compassione di ciascuno perché tutti esposti alle esperienze, non solo piacevoli, ma anche terribili.
      Io sì, mi godo i miei figli e nipoti, bevo il caffè, ascolto musica, a volte canto, ma… non posso evitare a nessun di loro quello che la vita comporterà di dolore e, in ultimo, la fine.
      Con la vita, diamo anche la morte.
      Possiamo solo distrarci, tentare di dimenticare.
      Un caro saluto a te, e buon tutto.

      Mi piace

  9. elis19mr ha detto:

    Essere immortali si può, la Poesia lo permette, non a tutti certo, ma a qualcuno sì. La poesia avversa le speculazioni esasperate ( per questo, credo, ci sono pochissimi filosofi poeti), ma tant’è, ogni tanto il filosofo di professione prende il sopravvento sul poeta..
    A proposito della sofferenza Epicuro diceva che i mali dell’anima (in altre parole il dolore) sono generati da errori della mente. L’assenza di dolore sarebbe quindi la facoltà di accostarsi alla propria vita prendendo il meglio, ma anche accettando il peggio, con la massima lucidità di pensiero.
    Quello che auspica la Arendt, invece, è un edonismo socio-politico, l’attuazione del bene verso gli altri che, solo, può generare assenza di dolore. Questo concetto cozza contro l’edonismo imperante di quasi tutte le classi sociali privilegiate del nostro presente, basato purtroppo sull’individualismo più sfrenato.
    Io terrei distinte l’assenza del dolore riferito all’uomo singolo, come individuo fatto di materia che reagisce in modo fenomenico a determinati eventi della propria vita, dal raggiungimento della felicità da parte di chi (potere politico ed economico principalmente) regge le sorti del mondo.
    Il pensiero dell’ Arendt resta a tutt’oggi utopia: giungere alla felicità facendo il bene dell’umanità? Solo pochi grandi ci sono riusciti…

    Mi piace

    • cristina bove ha detto:

      Non so se l’immortalità consista nel’essere ricordati per qualche bella azione, o per aver creato nuovi idiomi, nuove forme.
      Credo che tutto prima o poi svanisca, tutta la materia decadrà
      Ogni pensiero sarà stato meno di un sogno..
      Forse l’intero universo è il sogno di qualcuno…
      Forse.
      Ma qui e adesso, dovremmo cercare di vivere alleati per il bene comune, associarci in nome della vita stessa, benché non la si capisca.

      Mi piace

  10. guido mura ha detto:

    Tutto è destinato a scomparire e la produzione umana molto prima dei pianeti o degli astri. Però le sensazioni esistono e così il loro ricordo. Ed è vero che anche se le sensazioni e i sentimenti sono individuali, pure noi desideriamo condividere allegria, soddisfazione, lo stesso piacere della bellezza e dell’arte. Se vivessimo soli sulla terra le nostre occasioni di piacere e soddisfazione si ridurrebbero drammaticamente. L’altro è necessario perché la condivisione è necessaria; se così non fosse, non avremmo la parola, e senza parola non si potrebbe sviluppare il pensiero. Il livello della nostra vita, se pure fosse immortale, sarebbe inferiore a quello di qualsiasi animale che frequentasse i suoi simili.

    Mi piace

    • cristina bove ha detto:

      Concordo con tutto quello che hai detto.
      Siamo animali sociali, non possiamo vivere da soli, come le api e le formiche, necessitiamo degli altri.
      Dovremmo solo diventare migliori, vivere nel rispetto e nell’accoglienza del prossimo, del vicino d vita.
      Ma non sempre ci si riesce.
      Forse l’arte è la forma più nobile di comunione d’intenti e di condivisione.

      Mi piace

  11. robertomeister ha detto:

    C’è questo spazio ribollente e incomprensibile, tanto da apparire come un vuoto, che attrae a sè e ci rende, pur nello stretto contatto con altri esseri, irrimediabilmente soli. A mio avviso, non si cerca la felicità nell’isolamento dal consesso umano, in una assenza di dolore… ma si è naturalmente portati all’isolamento per la presenza di dolore che questo comporta.
    Ha ragione non ricordo chi: uno dei tuoi più bei scritti.

    Roberto

    Mi piace

    • cristina bove ha detto:

      Caro Roberto, è quel vuoto che mentre atterrisce anche affascina che ci consente di vivere conservando la curiosità e la sorpresa.
      La scoperta del singolo è appannaggio della comunità.
      Le note di un canto sarebbero un’insignificante sequela di rumori, se non ci fosse il comune intento regolamentatore della musica a codificarne il senso.
      Farsi ascolto, e sostegno e, quando possibile, abbraccio, anche se virtuale.
      Perché se anche ci appartiamo per sfuggire al dolore inferto da un nostro simile, ci ritroviamo poi, comunque, a tendere la mano, e a nostra volta a stringerla se ci viene porta.
      Grazie di aver apprezzato questo testo.

      cri

      Mi piace

  12. Bianca 2007 ha detto:

    CARA CRISTINA,
    leggo e penso,ma preferisco tenere le mie considerazioni dentro a un sorriso,perchè “alla fine” del nostro tempo,ben poco importerà se non la visione di un bello-buono dato e ricevuto da portare con sè come unico superstite bagaglio lieve come come un sogno di vittoria vissuto per tramonto.
    Come sempre non mi rimane che applaudirti e insieme lasciare un abbraccio.Mirka

    Mi piace

    • cristina bove ha detto:

      Mirka, nel qui e ora è contenuto il sempre.
      Non credo che porteremo un bagaglio oltre le coordinate spazio-temporali del nostro esistere.
      E nemmeno che si compia nel lasso di tempo di una vita umana il suo consistere d’eterno.
      Mistero a noi stessi…
      Forse non un inizio e una fine soltanto apparenti…
      un abbraccio, cri

      Mi piace

  13. Anna Maria ha detto:

    Nell’ingollar caffè per scongiurare
    la nausea del travaglio forzato
    disse quel tale con il sale la pietra
    e le ossa rotte: non se n’esce indenni.

    Nel ricordarsi di colei che velo
    squarciò di male atroce e banale
    scelse dal suo alfabeto la lettera
    senza rivendicazioni e uscì, solo.

    Mi piace

    • cristina bove ha detto:

      sono sempre piacevolmente sorpresa dei tuoi versi a commento.
      “non se n’esce indenni”…
      no, e ci dobbiamo stare finché morte non ci separi.
      uscire, semplicemente, soltanto, non è poi tanto facile, ci vuole almeno un fulmine…
      grazie, carissima

      Mi piace

  14. ioviracconto ha detto:

    Stringersi al proprio corpo, ma non per ripararsi.
    Per insistere, e sfidare il tempo, anche quando è incomprensibile.
    Mirabile armonia di riflessioni e versi, la tua.
    🙂

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...