Cinque di mistero

Bussò con le noie di una sera
da labirinti kafkiani
reso immune alla morte
tentava di staccarsi dalle muffe
che le scarpe distratte imbarcavano ai piedi
e il senso del suo corpo ancora vivo
per quanto come frange
immaginarie mani
declinassero verbi più che gesti
intorno al suo mestiere d’essere presente
l’uomo
trovò una culla per i sassi che
segnavano il confine
tra l’anima e i suoi sensi
l’assist d’una presenza intangibile
intorno al dire clonico
di sé di un mondo inadeguato di
barche uscite dalle tempie al faro mai
raggiunto____________ e se nel mio
cedevole riparo dell’ascolto
trova una pace innocua anche la resa
lo circonda di ciò che non pronuncio.
Mi guarda e vedo il viso nella scia
farsi calma risacca
mentre esisto.

Informazioni su cristina bove

sono grata alla vita d'avermi lasciato il sorriso
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20 risposte a Cinque di mistero

  1. domenica luise ha detto:

    In questa poesia tu, secondo me, ci sfidi con l’incomprensibilità razionale a incominciare dal titolo e andandotene verso per verso con notazioni occasionali mescolate a quelle universali degli archetipi umani. Comunque, per me, tu vedi te stessa e che l’essere apparso all’inizio sia maschile poco importa, in ognuno di noi c’è l’uomo e la donna dove prevale l’uno o l’altra secondo i casi e le circostanze. Ti tradisci appena negli ultimi tre versi: tu guardi te stessa (è la tua poesia) e il punto finale è quella pace bramata e ormai raggiunta o quasi. Probabilmente le cinque del titolo era semplicemente l’orario, forse le cinque di stamattina, quando il mistero ti ha avvolta e, secondo me, ti ci sei anche divertita un bel po’, e meno male, perché la poesia è divertimento dell’amore e del dolore oppure non è poesia, ma epigrafe: Qui giace… oppure epicureismo: qui gode…con la teoria del carpe diem.

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    • cristina bove ha detto:

      sì, Mimma, e la sfida è primaditutto verso me stessa.
      mi piace il significato estrapolato da te. mi piace anche se la mia intenzione era altra, ma rileggendo atttraverso la tua chiave di lettura, mi sembra davvero di aver scritto su vari livelli.
      Volutamente ermetica, questa, chiedo venia, ma è così che si è svolta nella mente, come un racconto fatto con il linguaggio dei sordi.
      Oppure ideogrammi.
      Vero anche il carpe diem, quello ci sta.
      Ti ringrazio infinitamente di tanta attenzione.

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  2. carmen ha detto:

    Mi pare che tu sia un sintomo di bene, di pace esistenziale per chi ti sta vicino e ti guarda come un’ancora di salvezza.
    Tutto quello che precede i tre versi finali è una descrizione del dato di fatto, tangibile, di una trasformazione lenta dell’essere che passa da una vitalità quasi esagerata che te lo fa vedere quasi immune alla morte, a una disarmonia involontaria dei gesti, a una ripetitività clonica del dire, di fronte a cui non puoi che rimanere “cedevole riparo dell’ascolto”.
    Una poesia molto bella, intima, dove si dipana tutta la tua rassegnazione di fronte al trascorrere di un’esistenza in declino, ma anche tutta la tua dolcezza nella vicinanza.
    Ciao, buona giornata
    carmen

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    • cristina bove ha detto:

      Car, da te prendo con gratitudine questo tuo definirmi ancora di salvezza… certamente funziona più con gli altri che con me stessa.
      Qualcuno si riconoscerà nell’animus dell’uomo, nell’attimo coreico sostituito poi dalla calma piatta, e l’anima di una donna che ne custodisce segni e tempi.
      Qui l’artificio, messo volutamente in atto, nasconde qualcosa di cui lei, per cinque anni, è stata custode. Malgrado i cattivi autopresagi, malgrado tutto.
      E ancora. Mentre.

      ciao, a presto sentirci.
      buona serata

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  3. lallaerre ha detto:

    Cristina, non ho strumenti per commentare (è troppo poco tempo che frequento la poesia), non posso fare altro che inchinarmi di fronte alla bellezza dolente e composta di questi tuoi versi, che toccano con grande delicatezza corde profondissime.
    Ti auguro una buona giornata
    Luciana

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    • cristina bove ha detto:

      Luciana, hai detto tutto, e io ho raccolto tutto.
      Condividere emozioni, sull’onda di un discorso iniziato dall’umano e diretto verso l’oltre, è così che ci si sente fatti della stessa sostanza, portati dallo stesso desiderio di comunicare l’indicibile.
      Buona serata. grazie.

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  4. rossellafiorillo ha detto:

    Io invece leggo in questi bellissimi versi una spersonalizzazione, un voler uscire da te stessa come ti sentissi fuori posto. Poi, una reidentifincazione in uno stato più sereno, quasi rassegnato. Stupenda come sempre tu. Un bacio

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  5. maria d'ambra ha detto:

    Continuo il gioco dell’interpretazione, ma con le citazioni sparse qua e là… Il titolo e il primo verso ricordano il famoso Lamento per Ignacio Sanchez Mejias di Lorca (Alle cinque della sera…). Poi c’è Kafka (Il Castello) e il richiamo al viaggio iniziatico alla ricerca di sé, verso il centro nascosto… viaggio reso più complicato dal percorso labirintico. E ancora Al faro di Virginia Woolf, tra cunei d’ombra, raggi intermittenti e una gita che non si farà…
    Ma quando infine ogni cosa si placa, dopo la cornata e la morte, l’impotenza e l’inadeguatezza al vivere e infine la gita sempre rimandata, ogni cosa acquista un senso e prende forma, nei luoghi ci si ritrova semplicemente e basta una sola scia a mostrare un’intera esistenza…
    baci

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    • cristina bove ha detto:

      Il metalinguaggio affascina, cara Maria, iniziatico o alchemico, poco cambia, e allora si può attingere alle letture fatte e alle nozioni rimaste intrappolate nella memoria (le hai colte tutte) e intesserle in un unicuum che diviene movimento ondoso, anche se non trova definitivo approdo.
      Usciamo tutti dall’arena, trafitti, incamminati verso spazi ignoti.
      E… “…basta una sola scia a mostrare un’intera esistenza…”
      Sì, sarebbe bello.
      baci

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  6. TADS ha detto:

    Ammirevole equilibrio tra forma e sostanza, dote rara nei poeti, mi ha colpito molto lo zigzagare tra sofismo ed ermetismo.

    TADS

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  7. annamaria49 ha detto:

    Sai cara, appena l’ho letta sono rimasta un po’ stranita: non ho compreso, poi ho voluto addentrarmi per coglierne almeno una parte. Per me l’immagine dell’uomo, è colui che ritorna, un naufrago che ha vissuto momenti di difficoltà, ma trova la forza di tornare; i sassi sono i dolori, le angustie che lui accantona nella culla della sua anima per intraprendere una nuova vita.
    Bravissima!
    Un grande abbraccio
    annamaria

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    • cristina bove ha detto:

      non sono forse tutti gli uomini dei naufraghi?…
      questo mi hai fatto pensare, Annamaria, e che nel cercare la riva, tante volte nuotiamo disorientati, e spesso non scorgiamo il faro.
      però l’attenzione e l’amore potrebbero sorreggerci, se solo ci credessimo.
      grazie! abbraccio ricambiato

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  8. robertomeister ha detto:

    Passo velocemente per lasciarti un saluto e per augurarti una buona serata… intanto leggo.

    Roberto

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  9. setteanelli ha detto:

    molto bella cristina!

    un caro saluto!

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  10. Molto belli questi “labirinti kafkiani”! 😉

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