Lo specchio e la polvere

Come si fa a sapere chi si è se non si sa altro di sé che un parapetto?
E la fuga nel vuoto di una galleria interminabile.
Sprazzi di una resa di pareti al tremito incessante della terra.
“Qui non spolvera mai nessuno.”
La voce della madre risuona nel tunnel in cui sta precipitando.
Poi il repentino cambio di direzione, corre nell’aria buia, verso l’alto. In quello che dovrebbe essere il cielo s’intravede un cerchio abbagliante. È uno specchio.
Nello specchio c’è una stanza. Nella stanza un letto. Sul letto una giovane donna.

Guarda la scena che sembra ripresa da un obiettivo grandangolare.
D’improvviso una spinta decisiva la catapulta nel corpo disteso.

Batte le palpebre, apre gli occhi, si guarda intorno: a destra e a sinistra file di letti di cui non si scorge la fine.
L’odore dolciastro del caprifoglio s’insinua nelle narici. Sua madre appare nella siepe che adesso sembra avvolgere il letto.
“Hai lasciato le persiane aperte – dice – e la polvere sta coprendo i mobili.”
Forse siamo tutti morti, pensa, e questo è quello che ci aspetta nel famoso aldilà.

Qualcosa di soffice le sfiora la mano, un piumino da cipria, il rosa fucsia del nastrino che qualcuno sorregge mentre le accarezza le dita.
Il beccheggiare lieve del materasso la riporta al terremoto di Napoli. Scendevano dalle case portando borse sdraio e cuscini.
Lei no, era rimasta sola sul terrazzo dell’attico. Le sembrava ridicolo tutto quel salire e scendere assecondando tregue e scosse.
Morirò precipitando, chiarì a se stessa, salterò prima che il palazzo imploda.
Appoggiata alla balaustra di pietra bianca osservava il porto semivuoto, navi e barche in lontananza.
Colombi e gabbiani svolazzavano scarmigliati dai cornicioni alla piazza.
Nel mentre, si aprì la crepa.

Non c’è rumore, solo il lento allargarsi della fenditura.
“Salta!” Il tono perentorio la fa sussultare, la voce di sua madre proviene da un punto imprecisato alle sue spalle, un’eco pare diffondersi avvolgendola.
Dalla crepa s’intravede qualcosa di azzurro.
La mano che prima reggeva il piumino adesso la sorregge, l’aiuta a mettersi seduta.
Gli altri letti sono vuoti.
Appare un giovane infermiere, è sua la mano, le fa segno di seguirlo.
Con fatica mette giù le gambe, i piedi toccano il pavimento caldo. Che strano, i pavimenti sono sempre freddi. Questo poi è anche morbido.
Infatti cede sotto la pressione.

È come avanzare nella sabbia molle della battigia. Le dolgono le gambe. La figura davanti a lei si sta dirigendo verso l’apertura.
Vorrebbe seguirla più rapidamente, ma il passo è sbilanciato e tutto intorno si va sfocando, si staglia invece sempre più nitido l’azzurro.
“Salta!” intima la voce.
Ma qualcosa trattiene le caviglie, non riesce a proseguire.
È la fenditura che adesso si avvicina, intagliata nella parete che avanza, la investe.
Un potente risucchio l’attira nel vuoto.

Fluttua, sospesa in un chiarore madreperlaceo virante al blu, avvolta da uno sciame di faville luminose.
“Ecco” la voce ha cambiato tono “lasciati andare.”
Le gira un po’ la testa, intorno è fantasmagoria iridata.
Davanti a sé ci sono delle forme familiari, i nonni, la zia morta giovane, alcuni amici e anche dei bambini.
Sembrano avviati verso un punto oltre l’orizzonte visibile.
Sono morta – le parole stentano a formare la frase, sono elastiche e fanno flop come bolle di sapone – siamo tutti morti.
“No, non siamo tutti morti, solo quelli che hanno il viso cancellato”.
Uno si è girato verso di lei, dalla sagoma le era sembrato un amico di suo marito, un beone attempato, ma al posto della faccia ha una piccola nuvola grigia.
“Non proprio un quadro di Magritte – dice la voce – dai dipinti non se ne viene fuori, da qui sì.”

La processione prosegue, nuvole o facce, le forme avanzano fino a sparire in una zona fosforescente.
“Qui non c’è polvere, vedi? È solo questione di fotoni. Particelle di Dio.”
“Luce – mormora tra sé – è tutto rifrazione e assemblaggio.”
“Giusto – dice la madre – dal DNA alle galassie.”
“Anche lui, allora”.
“Anche lui” asseconda la voce.
“Vorrei vederlo” il pensiero è stato veloce, non ha fatto in tempo a frenarlo.
“Perché?”
La domanda rimane sospesa.
“Non lo so, forse perché non sono ancora morta e lui è vivo.”
“Non funziona così, qui. Questo è il luogo dei sogni, anzi dei progetti. Ma lo si capisce solo quando…”
“Quando?”
“Lo saprai”.

Alla sua destra si è formata una porta, è aperta, s’intravede un ballatoio.
C’è un uomo davanti, la postura del corpo interrogativa. Vorrebbe entrare.
“Non si entra in uno spazio, si esce.”
“Non mi riconosci?” Chiede, facendo un passo avanti
Ha un sussulto, la voce, sì, è quella.
Ne scorge i lineamenti.
“Sono venuto, te lo avevo promesso, ricordi?”
“Sì, ma io non volevo, temevo questo momento.”
“Però non sei fuggita. Hai atteso anche tu che si realizzasse.”
Si china, le sfiora i capelli con la mano.
“Sono bianchi “ dice lei.
“Lo so” dice lui.
“Sono grassa”
“So anche questo”
“Sono vecchia”
“Questo non si sa”
“Ho ancora un corpo?”
“Non proprio.”
“Allora com’è che sento e tremo e sento acuto stringere nel petto?”
“Emozioni, non nascono dal corpo, ma dalla mente. I sensi ne garantiscono il riconoscimento. Si crede che amare sia soltanto un abbraccio o una carezza, o un bacio, e invece è principalmente immaginare.”
“Ho sognato di noi, sembrava tutto così reale! E ho percepito organi che non ho più, come arti fantasma. È stato un vivermi nuovo, eppure antico, un ritrovarmi intera laddove il vuoto sembrava incolmabile. Ed è scaturito tutto dal pensiero, hai ragione, sono state le parole a tessere desideri e sensazioni.”
“Le parole scaturite da due menti in sintonia.”

“Sono malata e vecchia”
“Sapevo che lo avresti detto”
“E dunque?”
“Dunque osserva bene: la mente non può invecchiare, puoi chiamarla quid, anima, o spirito o come ti pare. E non si può ammalare. Se sono qui è perché ti ho cercata, e non per il tuo corpo o per il mio, né per il solo piacere del contatto. Ma tu questo non vuoi proprio capirlo, eppure sarebbe opportuno che ti guardassi intorno.”

E intorno presero a sfilare le donne più belle del mondo, ancheggianti e formose, giovani e femminili da togliere il fiato.
“Vedi? Mi basterebbe un cenno”
E intorno presero a sfilare gli uomini più belli del mondo, scattanti e muscolosi, giovani e virili da togliere il fiato.
“Vedi? Ti basterebbe un cenno”.

“Spicciati – la voce della madre è perentoria – sta per scadere il tempo.”
“Non so come si fa.”
“Non si fa, si è.”
L’uomo attende.
Vede se stessa rifugiarsi nelle sue braccia aperte.
L’abbraccio avvolge ogni sua cellula, la depone in milioni di battiti di ciglia, di brividi, di baleni e squilli.
Tutto si trasforma in vortice, entrambi non esistono ed esistono ancora.

Dallo specchio giunge un richiamo suadente.
È frastornata, ha ancora addosso il suo profumo, le sue impronte, il suo fiato. Lui ha detto solamente: “Non dimenticare.”
Attraversa con riluttanza la superficie riflettente e… si ritrova nel letto, in uno stato di sopore, vede la colonnina della flebo accanto.
L’infermiere sta sostituendo la boccetta.
“È ora” dice la madre “bisogna andare via da tutta questa polvere.”
“Aiutami, non so come si fa.”
“Sono qui per questo, dammi la mano.”
E insieme riattraversarono la superficie lucente.

Informazioni su cristina bove

sono grata alla vita d'avermi lasciato il sorriso
Questa voce è stata pubblicata in CriBo, racconti. Contrassegna il permalink.

22 risposte a Lo specchio e la polvere

  1. setteanelli ha detto:

    buongiorno luce!

    "Mi piace"

  2. …adesso mi collego e ti trovo.sono felice, grazie Cristina…sto leggendo.

    "Mi piace"

  3. lallaerre ha detto:

    Grazie infinite Cristina.

    "Mi piace"

  4. Flavia ha detto:

    Meraviglioso! Da brividi, non di paura però. Un accesso al Mistero.
    Nelle tue parole ho trovato conferma a molti dei miei pensieri.
    Grazie e buona giornata
    Flavia

    "Mi piace"

  5. Piera ha detto:

    Accipicchia, Cri, mi hai lasciato sgomenta…Sogno, realtà, immaginazione…un po’ tutto questo e altro. E poi non poca malinconia per la tua decisione.
    Riposati un po’ ma ritorna! Ti abbraccio.
    Piera

    "Mi piace"

  6. Abele Longo ha detto:

    c’e’ da farne un romanzo, un abbraccio, intanto… 🙂

    "Mi piace"

  7. Guido Mura ha detto:

    E’ così che avviene davvero, Cristina? In fondo mi piacerebbe.

    "Mi piace"

  8. domenica luise ha detto:

    Anch’io sono tornata da quel viaggio che già si apriva così semplicemente. Ciò che mi ha colpito della premorte, o almeno così la chiamano, è la sua naturalezza. Purtroppo non ho visto niente tranne una luce placida dentro la quale fluttuavo e non ho parlato con nessuno, ma stavo benissimo, si acuivano sensi di delizia e non volevo tornare indietro.
    Il tuo racconto è scritto benissimo.

    "Mi piace"

  9. carmen ha detto:

    Che bella penna, Cristina!!! Sei semplicemente fantastica!
    Sai trasportare in mondi meravigliosi. Certo, un romanzo, un romanzo!!! te l’ho già detto altre volte, perché sei troppo brava.
    Un abbraccio
    car

    "Mi piace"

  10. turquoise66 ha detto:

    Onirico, a tratti un affascinante incubo. La prosa poetica è un mezzo sempre in bilico che richiede grande equilibrio, come quello che serve sul crinale tra sogno e veglia, ma tu sei una provetta equilibrista. 🙂

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.