Càpita quando si sta seduti sulla propria vertigine

parlano ciarlano
dal comodino in palissandro
secondo me raccontano del nonno
della casa di nicchia al terzo piano
bisogna che lo porti al disinfesto
il comodino
il nonno invece sta nel falansterio
chissà da quanto tempo
tric
si può tradurre mica lo sgranocchio
spero che non attacchino gli infissi
l’avviso però l’hanno già dato
se me ne guardo dal restare immota
sulla porta
mi salverò dallo scardinamento
e un pizzico di polvere

vogliono dire questo
i tarli?

Informazioni su cristina bove

sono grata alla vita d'avermi lasciato il sorriso
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32 risposte a Càpita quando si sta seduti sulla propria vertigine

  1. massimobotturi ha detto:

    no, sono porte per altri mondi
    passati, e futuri

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  2. maria d'ambra ha detto:

    Di certo dicono che se li ascolti così bene soffrirai d’insonnia…
    però a pensarci, visto che scavano e scavano all’interno, lasciando “l’esoscheletro” intatto non ci vorranno dire anche loro che ciò che mostriamo è solo effimera apparenza?
    ma allora dallo scardinamento ci si può salvare solo smolecolandoci volontariamente…
    baci

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    • cristina bove ha detto:

      il tarlo come metafora dello svuotamento e delle apparenze… eh, sì, cara Maria, hai trovato un significato altro a quello che per me poteva essere solo un motivo d’insonnia mnemonica.
      ed ecco che nessuna apertura serve laddove non c’è più nulla da mostrare…
      smolecolarsi, sparticellarsi, trasmutarsi nel ricomporsi ancora in chissà quante infinite forme sperimentabili…
      arriveremo a farlo volontariamente, sono sicura (ammesso che non lo si stia già facendo).
      baci

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  3. Stefano Re ha detto:

    Sono il mistero che ci appartiene.
    Stefano

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  4. domenica luise ha detto:

    Ma che bella poesia e che bello il commento di Maria d’Ambra. Già. Però i tarli si possono aggirare. Quando spiegavo letteratura italiana al liceo e passavo dal Medioevo al Rinascimento, dicevo ai ragazzi che adesso la sofferenza, simile a una montagna davanti al proprio cammino, non viene più affrontata, salita e ridiscesa dal lato opposto bensì aggirata distraendosi con l’arte, vedi l’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto: magie, innamoramenti, incanti, avventure, il tutto pervaso da sottile ironia per sdrammatizzare quando la situazione si fa drammatica.
    Stare seduti sulla propria vertigine (bellissimo e pregnante il titolo) è duro, ma inevitabile. Stamattina, appena sveglia, mi vedevo in un corpo che continua a invecchiare e nulla può impedirlo, ecco, stavo seduta anch’io sulla mia vertigine. Poi una donna si alza, fa colazione, pulisce, apre il computer: aggira.
    Tanto concentrarsi è inutile, tuttavia la poesia si concentra, diventa una pietra di sale dura come un granito ed esce trasudando. Come se avessimo dei pozzi interni con degli sfiatatoi, tipo schizzo della balena. Ma tutta quest’acqua bella che ci scioglie, da dove viene?

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    • cristina bove ha detto:

      bellissimo commento il tuo, cara Mimma.
      del tarlo come ostacolo da aggirare, con la tua efficace spiegazione ai tuoi alunni, hai dato un’altra versione ancora.
      nel mio immaginario non è un ostacolo ma qualcosa di cui tener conto, l’avversativo esistenziale da cui non si può prescindere per sentirci vivi. Alla polvere abbiamo eretto mausolei e città marmoree, scolpito monumenti tra cui, per quanto magnifici, incombe la morte.
      Ed ecco il tarlo, che ci distoglie dall’apparenza di questa piccola rappresentazione scenica che è la nostra vita nell’assemblamento cellulare e, come dice Maria, ci suggerisce altre trasformazioni, altre dimensioni dell’essere.
      la poesia, l’arte, forse sono soltanto scricchiolii nel nostro legno…

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  5. annitapozzani ha detto:

    Originale, mi piace!

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  6. falconieredelbosco ha detto:

    Ora ti racconto dove mi portano le tue parole. Tempo fa in autunno venivamo svegliati da un rumore classico dei tarli in azione, dico classico perché ho sempre immaginato che il rumore dei tarli fosse proprio quello, ma non riuscivamo a capire da dove provenisse qul rumore che andava a momenti e io mi chiedevo possibile siano così intermittenti i loro pasti o lavori in galleria?Abbiamo cominciato a cercare la polvere di scarto in terra , ma niente, nonostante avessi impedito a mia moglie di usare l’aspirapolvere folletto per scoprire facilmente qualche traccia. Così una notte a mezzanotte con gli occhi sbarrati e una torcia in mano sono stato per un’ora sul balcone, pensando che forse potesse essere qualcosa d’altro, che so dei pipistrelli agitati. Ottobre pioggia e vento, il vento del cambio che tanto amo che fruscia silenzioso tra i rami dei pini marittimi e li agita leggermente facendoli oscillare e tendendo di volta il filo del telefono creek creeek… ecco il tarlo. Il giorno dopo abbiamo decapitato uno di due rami e l’incubo è finito. Spero che per i tuoi sonni non ti venga l’idea di decapitare il comodino in palissandro.

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    • cristina bove ha detto:

      falco, bentornato! vedo che il mio tarlo ha dato la stura ai tuoi ricordi… bello questo tuo pescare nel passato le immagini salienti, che poi sono le impronte dei tuoi pensieri nella realtà del momento.
      Scrivi di quel rumore inquietante e della ricerca della sua provenienza, con l’accuratezza di chi annota, e si intuisce che non ne perdi un attimo, della tua vita.
      Non decapito comodini di legno pregiato, tranquillo, ho solo ghigliottine per mobili ikea…

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  7. graziagardenia ha detto:

    Non so vederti “immobile sulla porta”. Posizione che non t’appartiene. E i tarli potrebbero fare da originale controcanto ai tuoi poetici pensieri, alieni sempre da banalità. Troppo scontato poetare al suono di violini. Sullo stridere dei tarli è prova di inquietante maestria.
    Bacioserale.
    grazia. .

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    • cristina bove ha detto:

      cara Grazia, come gli ostiari di un tempo, sono soltanto la custode del mio stesso mistero. Come tutti, del resto.
      hai ragione sui violini, è da molto che ho smesso gli archetti, anche perché, spesso il loro suono, per quanto armonioso, assopisce.
      il tarlo tiene desti. e la poesia può diventare il trillo di una sveglia.
      “inquietante maestria” mi piace proprio!
      baciomattutino
      cri

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  8. gelsobianco ha detto:

    tu sai parlare di tarli in poesia!
    sei veramente brava.

    che profondo il commento di maria d’ambra.

    dove hai trovato il video?

    un sorriso
    gb

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  9. domenica luise ha detto:

    I sogni sono come l’amore: cambiano soltanto e sanno come rinascere.

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  10. ninaesposition ha detto:

    C’è un senso di eterno e provvisorio insieme, in questi versi… un coesistere di due opposti concetti: immutabilità/eternità e movimento
    Da una parte i tarli con i loro rumori, i loro movimenti richiamano la trasformazione, l’ insostenibile mutevolezza e spezzano inesorabilmente ogni tentativo di radicamento, dall’altra c’è l’idea di una Cristina che è al centro… ma che è anche al margine, immobile sulla porta… intatta ma devastata… limpida ma tormentata… fervida ma desolata… qualcosa di dolcissimo e terrifico al tempo stesso ci pervade, c’è la percezione che se anche tutto appare immobile e ci sgomenta c’è qualcosa pronto ad esplodere… una speranza… che il cratere spento si riaccenda… si risvegli a diversa vita… e tutto mentre siamo seduti lì, sull’orlo dell’abisso… dove la regressione è evoluzione…dove ogni affermazione contiene la sua smentita… dove i paradossi si mischiano coi sogni… dove tutto è… a somma zero!

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    • cristina bove ha detto:

      un approfondimento di tal fatta, cara Nina, mi ha davvero commossa.
      sono talmente veritieri gli opposti da te elencati, mi hai scovato nei recessi che a me stessa sfuggono, se non fosse che poi vengono a palesarsi in epifanie che sorprendono anche me quando mi rileggo.
      hai colto nel segno anche lo sgomento, ma questo non mi meraviglia più di tanto, so bene qual è il percorso che ti conduce a tanta comprensione.
      Coraggio, allora, che ogni giorno, tarli o non tarli, almeno ci parli…
      e il paradosso ci faccia anche da parafulmine!
      grazie.

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  11. aitanblog ha detto:

    Diverrano polvere anche i tarli, e saranno dai tarli erosi (come i pesci che mangiamo dopo che essi hanno mangiato i vermi delle nostre esche che spolparono le ossa dei nostri morti.)

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  12. robertomeister ha detto:

    Stare seduti sulla propria vertigine… è un pò come fissare insistentemente il vuoto. prima o poi, come diceva qualcuno, sarà il vuoto a guardare noi…
    La mia buona notte Cristina

    Roberto

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  13. marzia ha detto:

    Secondo me già il titolo meriterebbe più d’una riflessione ed interrogativo.
    Quanti son capaci, mi domando , di essere consapevoli della vertigine?
    E quante scarpe si consumano per arrivare a tanto?
    Quando càpita “conviene” darsi all’arte, certo, ma può essa bastare a tamponare il senso di risucchio?
    Mi fermo qua..
    🙂

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    • cristina bove ha detto:

      Marzia, i miei titoli arrivano come improvvisi scintillii…
      io li trascrivo, mentre i versi si snodano nella mente e le immagini formano un tutt’uno che si assembla da solo, e asseconda una incontrollabile necessità di esternazione.
      proprio come hai intuito, non basta a tamponare quel risucchio che, sono sicura, prima o poi mi avrà…
      🙂

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  14. theallamente ha detto:

    i tarli della mente provocano certamente vertigine. Ma anche l’infinito…
    Baci

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  15. Pingback: Seduti sulla propria vertigine di Cristina Bove | miglieruolo

  16. elisabetta19MR ha detto:

    Alla tua domanda “vogliono dire questo
    i tarli?”. Sì, ti avvisano che il mondo materiale (il comodino del nonno, caro ricordo) si sta sgretolando, ti dicono, “se ti sta a cuore corri ai ripari”. Ma il titolo della poesia mi suggerisce un’altra visione: seduti sulla nostra vertigine, i tarli (della mente) scavano cunicoli, creano labirinti, cercano e spesso non trovano via d’uscita. s’incrociano con milioni di sinapsi e ne distruggono qualcuna. Persino Battisti (Lucio) li aveva evocati:
    “All’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri
    io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli
    poi sconfitto tornavo a giocar con la mente i suoi tarli”
    Non ci spaventiamo però, di solito i tarli della mente preferiscono i cervelli pensanti; lì, prima di svuotare tutta la polpa, ne devono fare di fatica!!

    (tra un pacco e l’altro da preparare, leggo le tue poesie…)

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    • cristina bove ha detto:

      mi piace molto ciò che ti suggerisce il titolo: i tarli della mente che scavano cunicoli nei già labirintici percorsi cerebrali.
      è quanto penso di noi, delle nostre capacità deduttive, dei nostri complessi mondi interiori.
      grazie di avere a cuore le mie poesie mentre prepari pacchi…
      🙂

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  17. gelsobianco ha detto:

    Che bello ritornare a questa tua poesia e a questa canzone!
    🙂
    gb

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