Racconti collettivi

contrasti -  by CriBo

Sono  andata a ripescare il secondo dei  “racconti collettivi” dei  tempi di Splinder (novembre 2010).
Chissà che non sia il caso di…

Collettivo 2

A chi volesse continuare, anche dando una svolta inaspettata (purché logica) regolandosi secondo l’ultima aggiunta, raccomando di non “chiudere” il racconto, ma di lasciare in sospeso la narrazione per chi scriverà in seguito.
Potete lasciare il vostro contributo, da brevissimo a max 16 righe,  nei commenti, che aggiungerò al racconto, man mano che arriveranno.
L’incipit è qui sotto:

Collettivo 2

“La donna era in piedi, con le spalle rivolte alla casa, scrutava il profilo delle isole all’orizzonte e la lontana darsena, con una mano a proteggersi gli occhi.
Sembrava in attesa.
Se ne stava appoggiata alla balaustra che proiettava ombre allungate sul terrazzo, nella luce rossastra del tramonto.
Sulla scogliera sottostante, le onde schiumavano sospinte dalla risacca.” 

Pensava che aveva fatto bene ad andarsene per un po’, cercare di riprendere la misura delle cose e capire cosa voleva fare da grande.
Il lavoro, intanto,  non le piaceva. Come avrebbe potuto piacerle? Doveva stare tutto il santo giorno alla cassa a ingobbirsi, a passare le bande davanti al lettore e bip e bip e bip, incassare, dare il resto, leggere le carte, che una volta su due davano segnali di morte, ma come, non è possibile, ho appena pagato al piano di sopra, ho fatto un versamento giusto ieri, mi avrebbero dovuto accreditare lo stipendio già da un paio di giorni. Doveva parlare e sorridere a degli sconosciuti di cui non le importava niente di niente. Certi erano penosi, proprio penosi: puzzavano anche, e le folate di fiati marci le arrivavano in pieno, il sudore dei loro abiti le si spennellava addosso intanto che si sbracciavano a raccattare la spesa sullo scivolo. Era tutto un alzare e allargare braccia, un chinarsi e un rituffare le mani in mezzo a biscotti, fagioli in scatola, olio di oliva, di semi, assorbenti, dentifricio, schiuma da barba. E zum e zum e zum. Arrivava a casa esausta e nauseata: perché, mica bastava il turno dalle nove alle 15.45, no. C’erano sempre almeno due ore di straordinario, pagato poco, prendere o lasciare. Odiava le merci. Le odiava con tutta l’anima. Odiava di conseguenza il cibo, mangiava sempre meno. Quel posto, con il suo fascino intatto, con quel mare astratto, contro quel cielo impensabile in città, le avrebbe ridato la forza di rimettere ordine nella testa e nel corpo. Si guardò le mani smagrite, i polsi assottigliati (Lucia Tosi)

Le venne lo stesso pensiero  di molti anni prima quando, ancora ragazzina, scrisse di getto pochi versi che furono pubblicati da  un settimanale allora molto in voga fra gli adolescenti, Ciao 2001.

“la roccia sul mare
 tuffarsi e sparire nei colori chiari
 La sabbia che sporca il mio corpo bagnato
 e il buco che ieri hai scavato per gioco
 la fuga impazzita da un pezzo di  mondo.”

Pensiero da adolescente che tornava a galla ancora, dopo molti anni. 
Fuggire. Scappare, scavare un buco nella sabbia e sprofondare giù giù fino all’altro capo del mondo e là ricominciare da capo. 
Riordinare i pensieri e la propria vita era troppo difficile. (Sara Ferraglia)

No, non fuggirò, meglio alzarsi e cantare.
Cantava la donna in lutto d’istanti, salendo le scale, dal salone chiaro entrava nella sua stanza: il profumo del pout-pourri  di rose e fragranze speziate deposto nell’ampio vassoio di vetro all’ingresso circuiva l’aria d’un amplesso morbido, lei già si sentiva avvolgere da quell’ampio scialle della nonna dove si rifugiava nei momenti in cui sentiva ansimare l’anima, così avvolta si sentiva evanescente ed eterea, forse uno strano fantasma, racchiuso in una sola grande ombra viola.
L’aspettava nella cassapanca liberty lo scialle, lei scostava i cuscini di merletto che la ricoprivano con un gesto negligente, improvviso e l’aveva fra le mani. La seta sgusciava sensuale la sentiva aderire al corpo come fosse nudo, e subito era invasa da pensieri antichi, non suoi…forse quelli della  la nonna, la bellissima creatura che mai lei aveva conosciuto ma che la fissava dal quadro dalla cornice di vetro e sembrava infonderle pensieri e desideri suoi, come volesse passarle il testimone affinché potesse compiere ciò che nel brevissimo tempo della sua vita non aveva potuto portare a termine..
Appoggiata al velo dell’assenza fra quei sogni andati un po’ a male, la donna ora è silenziosa, scortata da parentesi quadre, pronta a delimitare un senso che non si trova sta rannicchiata in un dolore smosso che salta a passo feroce a flettersi sulla schiena fino ad averne piena sensazione fisica…(ventisqueras)

Vorrebbe, finalmente, essere felice e non soltanto rassegnata, ogni tanto braccata da quei pensieri assurdi.
Forse sognare e poetare, guarda quanto azzurro e rosso intorno a lei, che sfumature e che odore salmastro. I sensi sembrano aculei di un riccio in allarme. Tesa alla speranza malgrado tutto e ancora così giovane, soprattutto dentro.
Oh, lasciare quel lavoro odioso, ma allora che potrebbe fare, la badante a una vecchia?
Cosa le rimane? Deve anzi ringraziare il cielo e magari anche il mare e il tempo che le è concesso su questa terra. C’è di peggio, ma ciò non la consola.
Vuole un figlio. Se lui stasera torna, se non l’ha lasciata per sempre arrabbiato, appena lo vede glielo dice. Sì, ha paura del parto e dei dolori nei quali è morta sua madre quand’è nata, lui lo sapeva: niente figli finché non se la sentiva, ma in tanti anni di matrimonio non se l’è sentita mai, adesso sì, all’improvviso. (Domenica Luise)

 Ma poi si avvicina al grande specchio sulla parete a lato della porta finestra e si scruta:è ancora nel fiore degli anni, al diavolo le paure, ormai sopite. Il desiderio è forte, lui verrà e questa volta…  “devi essere fuori di testa” ecco  la voce dentro, quella di sempre, che l’assale all’improvviso occupando l’orecchio non più attento al rumore della risacca. “il tuo lui nemmeno se lo sogna. Che poi ancora lo stai aspettando, da quanto? Non verrà più, quell’orizzonte inutile che scruti ogni giorno dalla  mattina al tramonto è come un sipario chiuso. Chiuso sulla tua storia di madre, per sempre.” E’così davvero, pensa. La voce la ingombra e non cessa. Feroce, crudele: “te lo ricordi quel giorno? Una decisione secca, irreversibile, presa da entrambi: ma sei tu che hai chiuso la porta. Ognuno per la sua strada -hai detto- e ora cos’è questa storia? L’ombra della solitudine che avanza ? Andiamo, non essere sciocca, pensaci.”(Franco Seculin)

“Pure, ti so, nei tuoi occhi di donna, mai sola, perché so che pensare ti basta a riempire ogni solitudine, donna col cuore oltre ogni ostacolo, non saranno certo balaustre o pensieri a fermarti, sarai sempre oltre, e quando lo deciderai verrai a riprenderti tutto ciò che un giorno hai deciso non dovesse più appartenerti…lo so, so che è solo un momento, questo in cui ti soffermi ad attendere…pensi qualcosa come ‘tornerai, Manuel’…e ti lasci andare al tuo gioco segreto…imbastisci una delle tue antigas cantigas de amor…quel medioevo è passato, tutto in un minuto, esattamente, come precisa è la misura di ogni tempo…” (Alessio Vitale)

Macchè non tornerà nessuno.
Ti dovrai fare un letto di spine dove il dolore avrà lo stesso sapore del piacere.
Questa è la tua vita: amare il nulla, il dolore, l’abbandono, il silenzio.
A ognuno spetta un po’ di amarezza.
A ognuno spetta un po’ di sangue (Margaret Collina)

Sentiva dentro di sé un crescente senso di paura, non capiva se desiderava il ritorno dell’uomo o no. Si riteneva una ragazza del suo tempo, e ciò che per lei era più importante era avere il dominio sugli uomini, approfittare delle loro debolezze, godere della loro fragilità, gioire della loro sottomissione. Lui aveva rinunciato a indagare, scandagliare, conoscere i fantasmi di un passato burrascoso, persino oscuro, e lei n’era stata felice perché non sarebbe stata capace di fare la moglie e vivere parallelamente la sua vita segreta.  Dopo la prima volta,  non avevano mai più parlato del suo terribile gesto, ma sentiva su di sé l’avvenimento come una pericolosa forma di ricatto.. Se adesso lo accoglieva come se il tempo della lontananza non fosse mai esistito, lui non avrebbe mai permesso che si riprendesse la sua libertà per una seconda volta.
Restare libera le aveva consentito fino a quel momento di vivere secondo i suoi istinti , ma quella volta, affacciata alla balaustra sulla scogliera, si rendeva conto di essere ad un bivio. (Anonimo)

Capiva chiaramente che la solitudine le apparteneva, anche nel bel mezzo della confusione del supermarket.
Ora, davanti al mare della sua infanzia, si sentiva forse più protetta che nella sua casa di città.
Qui, nella casa di vacanze ereditata dai suoi, poteva finalmente rilassarsi e piangere… piangere, sì, a dirotto, come non poteva fare nemmeno con le amiche.
Ricordava i versi che sua nonna spesso declamava con la sua voce calda, erano quelli del suo poeta preferito, Garcia Lorca:
ne ricordava soltanto gli ultimi versi: “não me deixes perder o que ganhei
e as águas decora de teu rio
com as folhas do meu outono esquivo.”
Ormai conosceva a memoria tutte le inflessioni della voce di quella donna,  solo apparentemente austera, la cui passione per il paso doble e la poesia ne tradivano le origini iberiche.
Sedette sulla sdraio, gli occhi chiusi, come a farli riposare dal pianto.
Quando…  (lowerth)

il vento si alzò, il mare azzurro si stava facendo sempre più cupo.
Nuvole minacciose si stavano avvicinando.
Forse la tempesta interiore si stava materializzando.
Incominciò a chiudere le persiane e i vetri di ogni stanza. Il vento fischiava ed il mare rispondeva con il fragore delle sue onde.
Mary corse fuori in veranda a ritirare le ultime cose, bagnandosi da capo a piedi.

Rientrata nel tepore di quella vecchia casa dal sapore di dolci ricordi, incominciò a spogliarsi… era fradicia.
Stranamente sentì dei tocchi insistenti alla porta.
Cosa poteva essere … aveva chiuso tutto ??!! (Cristiana Tagliaferri)

Uscì nuovamente sul terrazzo davanti al mare. E all’improvviso… bè, all’improvviso da uno squarcio fra le nubi vide un flessuoso braccio ingioiellato avanzare verso di lei… una mano farle un cenno d’invito con l’indice inarcato e una soave voce femminile dal cielo proferire:
“Ehi, tu, piccola !”
“Chi, io? “
“Sì, sì, proprio tu… se non ti sposti tesoro… voglio dire, ehm, ma possibile che l’unica casa al mare dove non c’è campo l’abbia affittata tu?”
“Chi, io?”
“Eh… Ma non vedi? Un intero pomeriggio senza neppure l’ombra di un sms… dico io, ti sembra una cosa verosimile?”
“Oh, bè, ora che mi ci fai dare una  controllatina in effetti… niente sms anzi niente di niente. Tacche di campo, ZERO! Dio! Cioè, DEA!! Non me n’ero accorta, giuro…”
“Ti consiglio vivamente, cara, prima che si esauriscano le magiche 16 righe imposte a tradimento dall’anfitriona del blog, di tagliare la corda da questo luogo depressogeno…” (Infranotturna)

Le indirizzò un sorriso divertito e tornò a rifugiarsi in casa. Aveva acceso il caminetto: adorava il crepitio dei tizzoni ardenti e profumati. Il mattino presto era salita su in collina: il luogo godeva anche del panorama collinare che scendeva a picco sul mare. L’estate era finita da poco e, lì, in quella zona, i boschi avevano già assunto la magia dei toni smorti autunnali. Aveva incontrato un boscaiolo, era un suo lontano conoscente che nel rivederla s’era commosso: non la incontrava da svariati anni, dai tempi in cui lei si era trasferita in città. Lei era alla ricerca del legno odoroso e lui l’aveva guidata e, poi, s’era offerto di spaccare il fusto. Era tornata a casa con la legna e i funghi di bosco, avrebbe creato l’atmosfera per il suo uomo, sapeva che sarebbe arrivato, gliel’aveva promesso.
Si guardò intorno, non mancava nulla: il caminetto crepitava, la tavola per due era davanti al suggestivo fuoco, la cena era quasi pronta, e lei aveva indossato un abito discreto ed elegante, come piaceva a lui, non avrebbe resistito. Quello era il luogo magico, il luogo dell’amore e della serenità, si sarebbero ritrovati, lo sentiva: quel sentimento, sopito dalle vicissitudini quotidiane, sarebbe rinato come un tempo e, finalmente, lei gliel’avrebbe chiesto. L’attesa era durata abbastanza, era giunto il momento… (Annamaria Tanzella)

Infatti arrivò un sms.
Lei aveva riattivato il cellulare, in seguito alla spiritosa apparizione della Dea, e quindi si era disposta a nuove aperture, dei cieli e degli uomini…
“vengo soltanto per dirti che…” diceva il messaggio.
Stranamente non la prese l’ansia. Poi fece una cosa che in vita sua non aveva  fatto mai.
Ma quella era una serata speciale.
Anzi, sarebbe stata, una serata speciale. (G.P)

Via i jeans, via le scarpe da ginnastica, via soprattutto quella felpa in cui si sentiva tanto a proprio agio.
Prese i funghi e li gettò nella pattumiera.
Colmò la vasca da bagno con acqua caldissima e abbondanti sali profumati.
E si concesse una mezz’ora buona di relax.
Tolse dall’armadio il vestito rosso, quello con le spalline sottili, aderente come un guanto, lo aveva comprato qualche anno prima, attratta fatalmente dalla vetrina, e mai indossato.
Si truccò abilmente, sottolineando i  profondi occhi neri. Mise il rossetto della stessa tonalità del vestito e si guardò allo specchio: aveva ancora una linea invidiabile e i fianchi e il seno tendevano la stoffa lucida.
“Sembro  Jessica Rabbit” pensò ammiccando alla sua immagine riflessa.
Andò in soggiorno a ravvivare il fuoco del caminetto.  (Marco M.)

Una serata speciale!  Un senso di inquietudine tormentava l’attesa. Flap flap flap una accanto all’altra, una dopo l’altra quattro file per nove, le carte da gioco sul tappeto verde, solitario per ingannare il tempo.
Le aveva stese col ritmo del bip bip con cui passava i prodotti della spesa sul nastro trasportatore della cassa. Ora però le rivoltava con calma. Tre re scartati, mancava l’ultimo, quello di fiori, il re ricco pieno di soldi e regali. Sollevava sempre più lentamente le carte poi le rimetteva al loro posto, e ne mancavano solo due alla fine del gioco. La penultima… ecco il re, quindi l’ultima era rimasta al proprio posto.
Non c’è nulla di nascosto che non debba essere conosciuto e ritornare alla luce, Esattamente al suo posto eccolo lì il Jack di cuori, fedele come sempre alla sua donna mentre il re è fuori campo.
Uno squillo del cellulare.
“Pronto, ah non puoi venire… la solita riunione. Ok non preocuparti farò una passeggiata sulla spiaggia”.
Le solite balle, le conosceva a memoria.
Appoggiò il telefonino sulla mensola accanto alle cornici d’argento e altri ricordi. Una conchiglia.
La porta delicatamente all’orecchio. Sembra che lo sciabordio delle onde la chiami: Mary… Mary…
Le dita avevano tracciato un cuore trafitto da due nomi:  Mary e Marco.
Marco, il Jack di cuori che viveva nella casa di pescatori in fondo alla spiaggia, Il vento non aveva cancellato le sue orme sulla sabbia.
Non più Mary da tanti anni, si lasciò scivolare dalla ringhiera direttamente sulla sabbia… per seguire le tracce dei ricordi… (Fausto Marchetti)

Il richiamo del mare andò precisandosi in un’altra cosa, una cosa più indefinita e più forte: Mary, Mary… Lei non era più Mary, non era più nulla. Aveva mancato tutti gli appuntamenti, la sua vita da anni non era altro che il passare da un disagio a quello successivo, senza un progresso, come nel moto assurdo d’un turacciolo, che, posato sul picco dell’onda, non s’avanza né arretra, ma compie semplicemente un moto circolare. Mary, Mary. Adesso era chiaro. Era il richiamo del nulla, del gorgo, della risacca, il richiamo a fondersi col Tutto. La promessa di pace che la sirena Lighea aveva rivolto al suo amico grecista: “Il tuo sogno di sonno sarà esaudito”. Ma no. Ne ebbe paura. Ebbe la paura di se stessa che si ha quando si tocca un limite, quando si trova in sé qualcosa che non si sarebbe voluto trovare mai. (Giorgio Galli)

Informazioni su cristina bove

sono grata alla vita d'avermi lasciato il sorriso
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9 risposte a Racconti collettivi

  1. Pingback: Racconti collettivi « bumbi Media Press

  2. tramedipensieri ha detto:

    Bellissima sta cosa!

    buona domenica 🙂
    .marta

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  3. Giorgio Galli ha detto:

    “Il richiamo del mare andò precisandosi in un’altra cosa, una cosa più indefinita e più forte: Mary, Mary… Lei non era più Mary, non era più nulla. Aveva mancato tutti gli appuntamenti, la sua vita da anni non era altro che il passare da un disagio a quello successivo, senza un progresso, come nel moto assurdo d’un turacciolo, che, posato sul picco dell’onda, non s’avanza né arretra, ma compie semplicemente un moto circolare. Mary, Mary. Adesso era chiaro. Era il richiamo del nulla, del gorgo, della risacca, il richiamo a fondersi col Tutto. La promessa di pace che la sirena Lighea aveva rivolto al suo amico grecista: “Il tuo sogno di sonno sarà esaudito”. Ma no. Ne ebbe paura. Ebbe la paura di se stessa che si ha quando si tocca un limite, quando si trova in sé qualcosa che non si sarebbe voluto trovare mai.”

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  4. rossana ha detto:

    Che bello quel periodo, quello di Splinder…
    Bello ritrovare qui una delle tante belle iniziative che hanno fatto di Splinder la piccola comunità che è stato.

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  5. gelsobianco ha detto:

    Leggerò tutto con calma!
    Mi interessa.
    Molto bello il tuo dipinto.
    Ha qualcosa degli arazzi giapponesi.
    Buon lunedì, cara Cri.
    Un abbraccio
    gb

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