Riflessioni di una mente appollaiata su un ramo pericolante

nebbia - by criBo

Scrittori e poeti veicolano attraverso la parola gli aspetti dell’esistenza, registrano eventi e stati emozionali, elaborandoli in maniera personale, tuttavia universalmente riconoscibili.
La cognizione della realtà è la risultanza di schemi culturali che conformano le contestualità in una distorsione rappresentativa che si sovrappone alla percezione istintuale fino a farne perdere la naturale specificità, fino a trasformarla in un complesso di informazioni esteticamente plausibili e consolatorie.
Ed ecco che tutto ciò che riporterebbe la mente a stadi primari di percezione, viene reso evanescente, fissato in un lirismo poetico o in una esposizione narrativa che in qualche modo, anche quando è descrizione di bruttura, lo rivesta del fascino intellettuale socialmente e storicamente convenzionato.
Le nozioni accumulate dalla nascita alla morte, condizionano i rapporti, li cristallizzano in schemi dai quali è difficile liberarsi: la vecchiaia, ad esempio, viene temuta, derisa, esorcizzata, quasi apparentata con la malattia e la deformità fisica e mentale.
Gli aspetti culturali hanno la stessa matrice: assunti dai quali non ci si può sottrarre se non negando la propria identità e appartenenza.
Siamo specchio per gli altri che a loro volta ci fanno da specchio.
Ma chi siamo realmente in questo riflesso: strutture subatomiche a noi stessi invisibili e inspiegabili, o chi pensiamo di essere? L’uno e l’altro? Il percipiente e il percepito?

Resta il fatto che tutto quanto si frappone tra noi e l’alterità, ci fa apparire o sparire dal mondo secondo le immagini che ci rappresentano.
Si viene cancellati quando non si appartiene alla stessa etnia.
Si viene cancellati quando si è poveri e/o ammalati.
Si viene cancellati soprattutto quando si invecchia.
E si muore.
Ma il vero dramma è che l’idea della morte, invece di essere consapevolezza
finalizzata al rispetto della vita, sia compulsivamente occultata, in una sorta di infantile esorcizzazione che ben chiarisce (salvo le rare eccezioni) il livello mentale del genere umano.
In fondo temere la morte è temere la vita, perché il morire fa parte di essa.
Ciò che segue alla propria fine non è più competenza del corpo, del suo cervello e dei suoi elaborati mentali, è semplicemente Ignoto.

Niente di consolatorio, dunque.
La vita è fine a se stessa.

Informazioni su cristina bove

sono grata alla vita d'avermi lasciato il sorriso
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20 risposte a Riflessioni di una mente appollaiata su un ramo pericolante

  1. fernirosso ha detto:

    credo che sia proprio questo il dramma di oggi, di chi NON vive questi giorni, quelli che ha a disposizione, rincorrendo fantasmi nati da i-deo-logie accresciute nel tempo da raziocinanti tirocini di paura e per-versione in cui credono di aver trovato una roccaforte destinata come sempre a smantellarsi, a distruggere chi l’ha costruita. Sempre, dalla vita non ci si salva…non ci riesce nemmeno la morte.
    ferni

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    • cristina bove ha detto:

      QUELLE strutture che hanno creato nei secoli il condizionamento degli uomini a farsi cannibalizzare, felici e salmodianti (rinunciatari dei diritti e di una vita all’insegna della giustizia ed equa distribuzione delle risorse della terra) dai pred(t)oni di ogni genere e razza.
      cara Ferni, hai ragione, nemmeno la morte ci salva…

      Liked by 3 people

  2. siamo un limite intollerante. La morte ci riconduce da noi stessi, ma non lo sapremo mai.

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  3. lementelettriche ha detto:

    #NON ci si salva – certo – ma tu sai meglio di me che io #NON ho affatto paura.
    #NON mi salvi (chi?) può!

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  4. la vita! io sono molto povera e ho paura di perdere le persone a me care, la “vivo” davvero male la morte.
    Un abbraccio cara Cristina, la mia luce e la mia energia…
    🙂

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  5. cristina bove ha detto:

    non sei povera! semplicemente umana… 😉

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  6. mariella tafuto ha detto:

    L’ha ribloggato su Largo del Rossoe ha commentato:
    “Le nozioni accumulate dalla nascita alla morte, condizionano i rapporti, li cristallizzano in schemi dai quali è difficile liberarsi: la vecchiaia, ad esempio, viene temuta, derisa, esorcizzata, quasi apparentata con la malattia e la deformità fisica e mentale.”

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  7. rossana ha detto:

    Il morire, fa paura. Credo.
    La morte, come dici, non ci appartiene.
    Ci appartiene solo il pensiero della morte.
    Ed è questo a far paura.
    Paura che oltre un certo limite credo sia molto difficile da esorcizzare, però ci si può ragionare intorno.
    Almeno per non perdere la consapevolezza che ciò che siamo, tutto ciò che pensiamo o crediamo di essere,, come ben dici, è tutto quel che sommiamo in cultura, nozioni, esperienza fra i due momenti sconosciuti: il nascere e il morire.
    Eppure, tutto sempre più ci spinge a sapere tutto (anche troppo) sulla nascita, intesa dal momento del concepimento alla venuta alla luce.
    Sulla morte, al più riusciamo a far confidenza con tutto ciò che la “scienza medica”, cioè l’informazione medica per le masse, ci serve ormai sotto forma di bignami sulle più svariate patologie.
    Eppure, quante volte ho sperimentato che appena ne accenno (mi capita a volte di infilare nei discorsi più quotidiani accenni del tipo “Metti che stanotte io tiri le cuoia…Che ne so? Potrei morire domani…), anche chi magari fino al momento prima mi si dilungava a parlar della malattia di un parente e dei suoi aspetti più dolorosi quando vissuti in prima persona, che dovrebbero aiutarci almeno a entrare in confidenza con il fattaccio, zac! C’è un irrigidimento e un ritrarsi scontroso quasi il solo accennare alla cosa fosse di per sé la cosa.
    Non credo sarò mai davvero pronta per questo, ma proprio per la consapevolezza di quanto mi troverà comunque impreparata e spaventata, mi pare che indagarne il mistero, così come indago curiosa su mille altri misteri umani, sia un modo di ricordare a me stessa che quello è un punto fisso, il punto oltre il quale nulla più saprò di niente.
    Così mi accorgo che il mistero della vita e il mistero della morte si somigliano, quasi collidono ad ogni respiro.
    Ma forse è perché sul respiro, ho lavorato molto e so che sta lì, in quel punto fra un’inspirazione e un’espirazione, tutto ciò che saprò mai davvero della vita.
    (Urca! Se non mi fermi straripo…scusa lo straripamento, l’argomento mi intriga…)

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    • cristina bove ha detto:

      Cara Rossana, cominciamo con un’inspirazione e finiamo con un’espirazione: la nostra esistenza si svolge nel segmento spazio-temporale di una vastità inconoscibile. Siamo particelle infinitesimali e transeunti, capaci però di contenere il concetto dell’infinito.
      Nella filosofia Zen si conosce l’essere che realmente si è, senza sovrastrutture fideistiche indotte, nella libertà di sapersi e volersi nella propria unicità, ma nel contempo sentirsi favilla impermanente di tutto ciò che è.
      Con l’età si fa sempre più labile il confine tra passato e presente e, pur essendo la nostra morte certa, paradossalmente non esiste, così come non esiste il futuro, che nel momento in cui sopravviene diventa presente.
      Che la morte non sia altro che mutamento di stato?…

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      • rossana ha detto:

        Mi piace pensare che sia così, che la legge di Lavoisier per cui “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma” valga per tutto, quindi anche per l’essere umano…
        Tutto in natura me lo conferma.
        Difficile è solo fare quel salto mentale per comprenderci, come umani, parte dei cicli naturali che osserviamo intorno a noi.
        Poi, hai mai notato la bellezza delle rose appena dopo aver raggiunto il loro massimo splendore? Nell’appassire, assumono una grazia sottile, quasi mistica, solenne, che l’esuberante bellezza di qualche giorni prima occultava.
        E certe foglie secche? Commoventi nei loro colori e già altre, nelle pieghe che assumono contorcendosi seguendo una loro propria individuale natura…

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