La banalità del bene (ovvero fronzoli e fiorami)

thm_jutz_the_farmyard

coccoderie di cieli sempre azzurri
primaverie di prati verdi
galline becchettare a verso sciolto
polente e madrigali
intanto che sull’aia cala la sera (sempre cala)
così come

una perenne fonte che disseta
nel gelido sussurro di dolore
fantasmi del passato
che tormentano l’anima
come rugiada (brina se d’inverno)
nel deserto del cuore
intraprendere un viaggio senza fine
come foglia d’autunno (non se ne può prescindere)
il vociare dei bimbi nei giardini
e parlarsi con gli occhi
piangere a calde lacrime
d’albe radiose e soli risplendenti
e carezzare pelle vellutata (a morte i rospi)
nel respiro profondo dei ricordi
in un canto d’amore senza fine

bisogna ricambiarle queste cose
con giri di parole compiacenti
e non si dica mai la verità
perché i discorsi tra pennuti e affini
conducono alla paglia
e onestamente spero di finire
fingendomi anatroccolo
aspettando Godot (Andersen, sciocca!)
e si salvi chi può

 

 

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Nel fondaco di via S.Gregorio Armeno

 

fondaco

Sotto le case di ringhiera
la porta nera della casastalla
nera come i cavalli col pennacchio
e nero il cocchio
versione funeraria della zucca
lanterne affumicate e croci d’oro
il tiro a quattro per i morti ricchi

nell’ombra una scaletta
portava all’ammezzato
_ci dormivano figli e genitori_
unica presa d’aria
una finestra cupa, a mezzaluna
ricavata nell’arco del frontone
da cui mi salutava Concettina
l’amichetta con cui si andava a scuola

scene da un mondo refrattario al sole
e chi lo visse non esiste più
ora è un mercato acceso di vetrine
insegne e bancarelle variegate
ma sul balcone al terzo piano
c’è una donna tra i fili che si sporge
e d’improvviso è l’ombra di mia nonna
che mi saluta mentre stende i panni

 

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Come la resurrezione delle uova di cioccolato

https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcRJsiHrEtB4-sPbcUy8NVmnPaqG3Xsw9eMDxIk5AP_Ol_wtCAkD

Saremo riciclati in tavolette
supine negli orti
il nome in spifferi di polvere
_eravamo soggetti a regole genetiche_
ed una volta nati
coperto il contenuto
considerammo solo l’apparenza
l’abito che fa il monaco
finché il rivestimento si assottiglia
e crocifissi al raso dei cuscini
nasconderemo ancora la sorpresa

forse avverrà che un dio
dopo averci scartato
aperto l’uovo e visto il suo terribile segreto
inventi un’alchimia
e ci trasformi in stelle

 

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Non posso essere la timida viola e nemmeno lo voglio

https://imgc.allpostersimages.com/img/print/poster/edvard-munch-der-schrei-1893_a-G-13870189-0.jpg

Perché la vita è un grido
e non va
proprio non va
starsene come mosche su vetri
ad aspettare che finisca il giorno.
è necessario un ululato
per non sentirmi solo un tubo vuoto
dalla bocca a…

non ho sapienza mistica
non credo nelle favole e nei crismi
ed è perciò che urlo
se un bruto mi violenta
se mi lacero mentre partorisco
se mio figlio ha una storia disperata
se un lutto mi fa orfana
se i bambini africani muoiono
per l’oro delle chiese e belle dame
se un bambino rapito
viene venduto all’asta dei pedofili
o ai trafficanti d’organi
se ci governa un guitto o un malfattore
se la terra è spartita tra i potenti
se non bastò saltare da un balcone
per non vedere il sangue sulle pietre

Non morirò tacendo
urlo
verso quel cielo indifferente
da spaccargli le nuvole
sarò l’accusa perentoria a tutte le divine strafottenze.

Voglio una voce d’uragano

(scritta nel 2011, riveduta oggi)

 

 

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La serra di Penelope

fildiferro by CriBo

tesse il filo spinato
brava donna che lavora ai ferri_corti
fa maglie di grovigli ai mendicanti
reti di rovi per giardini
esposti al maestrale

nottetempo
sferruzza rimasugli di ricordi
_ne ha le mani ferite, il cuore un po’ di più_
per restare nel campo delle spine
legge manidifatalità
apprende l’arte del confezionare
paradossi metallici
urticanti vestaglie di lamé

 

 

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Estetica e funzione

https://i1.wp.com/www.robertopoetichimica.it/wp-content/uploads/2017/06/img123359-1180x860.jpg https://i2.wp.com/www.antoniorandazzo.it/ortigia/gallery/palazzo-romeo-bufardeci--4-.jpg

i numeri
tracciati col carbone
sulle case di fango del Ruanda

i numeri
incisi sulle targhe patinate
di residenze e ville di città

hanno lo stesso compito:
segnalare ai presenti che si sta
contrassegnati a vita
nell’alfabeto metamatematico
di varia umanità

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L’arte di arrancare

la vague, le vent, le cri - by criBo

Un po’ si avanza
un po’ si retrocede
si va presupponendo che la strada
conduca a premi vari e cotillons
(danse macabre)

ci fa paura questa ressa
c’eravamo una volta e adesso fragili
non possiamo adeguarci alle vittorie
per piccole che siano
ma un’attrattiva che resiste ancora
ci fa sostare ai margini

incombere di nuvole di passo
migranti verso cieli più sereni
ci prende una malinconia di tempo lieve
mentre si corre in piazza
un palio senza premi

fermiamoci abbracciati
mentre la via ci corre sotto i piedi
seppure un po’ sfioriti
e sul tapis roulant
alberi nudi
fanno da pali ai ladri di bellezza

 

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Analogie da non saper che farsene

sprazzo-azzurro-by-cribo3.jpg

Mi sembra
di stare sulla riva di me stessa
a pescare frammenti di coscienza
con la pazienza tipica dei vivi

quando abboccano
li guardo mentre si dibattono
prima d’essere fritti sulla carta

ne attraggo sempre meno
seduta mentre passano veloci
e se la mente si distoglie un attimo
passando dal salotto alla cucina
spariscono guizzando dalla fronte
pensieri poco inclini a farsi prendere
pesci di nebbia e notte

 

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La spiaggia oltre il cancello

https://www.napoligiornalegratuito.it/wp-content/uploads/2018/06/MARE-E-RIFIUTI.jpg

 

passavano dei treni
sulla strada ferrata che dal porto
giungeva alla periferia di Napoli
tra il rimessaggio delle barche e il muro
dietro il collegio delle suore

cordami e reti stese ad asciugare
alghe intrecciate ai legni insugheriti
noi bambine
cercavamo tesori nella rena
frantumi levigati di bottiglie
smeraldi e acquemarine
luccicanti nell’onda di battigia

dal passaggio a livello
in fila sotto il sole
traversavamo libertà e binari
ritornavamo nelle camerate
con le pietre preziose nelle tasche
e l’odore del mare nelle mani

 

da “Coordinate semplici”

 

 

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Coriandoli e misteri

bambina nell'occhio - by criBo

vedo bambini ovunque
sono nascosti bene
sotto vestiti adulti, tuttavia
si affacciano dagli occhi
_càpita soprattutto ai vecchi_
ad osservarli affiorano nei gesti
come se rughe e macchie delle mani
dicessero bugie
come se mai li avessero lasciati
i giochi nei cortili
le bambole di pezza
le pistole di latta
i trenini che a forza di viaggiare
creavano paesi

i bambini che vedo
si vivono da soli
portano a spasso corpi estranei
_santi o assassini_
e sono condannati a non sapersi

talvolta diventano poeti

 

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sembra così lontana la parola

città di sabbia

così priva di senso
per chi non trova appigli
_si sta che tutto ruota intorno_
dire nel giro che inginocchia il cuore
anima taciturna nel ciclone
il centro è un falso punto di salvezza

nel riportare cose che si sanno
che si vorrebbero distanti
quando maligna il tempo
ed incessante
l’onda ripete il mare, il mare accoglie
e ci si trova a viversi clessidre
in discorsi di sabbia

 

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Qui dove il tempo è solo una cornice

 

cornice vuota

siamo il ritratto sotto velatura
che va sparendo dalla tela
l’esilio dei colori a trama rada
una passata d’acqua
_l’amoramaro che sbiadisce gli occhi _
dipingemmo di sogni autoestinguenti
una città di idranti
inutili se già ci piove il cielo
in terra d’ombra
e il fuoco estinto delle cose andate
ha il blu dei mari dopo la tempesta

disse il pittore:
ti faccio una figura in filigrana
_una murrina tinta di cobalto_
e che ne fai del peso?
che ne fai della forma incanutita?

Sappiamo quanto costa farsi sera
quanto si scolorisce e quanto dura
un cerchio tratteggiato intorno al vuoto

 

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Addio a Gabriele La Porta

grazie come allora, Professore, dell’immenso dono di aver ospitato e letto la mia poesia

 

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Lettera al buio

oltre la finestra - by criBo

ti scrivo mentre sono ancora viva
_dopo non so se mi sarà possibile_
non ti faccio le solite domande
ormai lo so che non rispondi mai
stai sulle tue
hai tutti gli avvocati difensori
intonacati d’oro
garanti delle guerre e dei profitti
adescatori di bambini

dicono che ci sei (ci fai?)
perché se tu ci fossi
salveresti i tuoi figli dai tuoi figli
tuoneresti a chi uccide in nome tuo
che uccide te
e se s’ingabbia il viso di una donna
è il volto tuo che viene messo in gabbia.

ho lame che mi girano il cervello
sono adirata nel sentire che
siamo la colpa e il male
_ma chi ha inventati i terremoti
i virus, le tante malattie, le menti abiette
la vita incerta ma la morte certa?

fummo davvero stupidi
mangiammo quella mela per sapere
e conoscemmo solo il suo anagramma

 

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Il pesce luna

pesce luna nella bolla - by criBo

Si dibatte ma non lo dà a vedere
ha perso il cielo e le costellazioni
sta con le squame di ciniglia
in extralarge
tuta comprata online
sta tentando di dare un po’ di lucido
alla sua gravità
solenne pesce guappo
o guascone per dire:
faccio da me
faccio quel che si può
boccheggio piano
in una bocciastanza

 

 

 

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L‘uomo del carbone

https://i1.wp.com/blog.hoteleuropaischia.it/wp-content/uploads/2013/01/San-Gregorio-Armeno.jpgaveva solo gli occhi
il resto era più nero della grotta
in cui pesava carbonella e trucioli

ne aveva un po’ paura la bambina
aggrappata alla gonna di sua nonna
_sarebbero venute dal passato ombre più dense_
e non sapeva dirsi in quale luogo
fossero state aperte quelle dighe
ché a perdersi tra pieghe di grembiuli
e fiocchi sui colletti
andava a scuola già da appena nata
come tutti, del resto.

Poi venne il gas
il carbonaio imbiancò le sue pareti
si ripulì le mani
e smerciò  burro caramelle e latte

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Cognizione postuma

in una stanza tutto l'universo - by criBo

Lo sapeva che per essere viva
confondeva le ombre alla finestra
_amava l’accensione controvento_
faceva finta che si fosse insieme
ma era sola
e non come si è soli tra la folla
era la folla stessa

attraversata da una voce
sette strati d’intonaco sul muro
_s’intravedeva il cielo tra le crepe_
a contrastare il tempo
il tempo che non c’era

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Alla periferia di noi

siamo i bambini usciti per giocare
e non tornati più da quel cortile
bambole e costruzioni
il frammento di muro usato come gesso
si disegnava la campana
e i numeri
erano come gli occhi della vita
tenuta stretta per non precipitare

a chi ci consegnava quel dolore
che ci faceva tristi in scarpe piccole?

Diventavamo isole
per non essere il mare che le affonda
e siamo giunti dove ogni bambino
si specchia e non si riconosce

ci si distoglie dal riflesso
scrivendo il proprio nome nella sabbia

 

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Vado a comprare le sigarette

tabaccheria di mia nonna

disse
lasciandosi da sola sulla porta
esco e ritorno subito
però
abbandonò le cose trattenute
le misure superflue
i versi obesi
e se ne andò giuliva
oca presunta in volo, ma
toccare il suolo col didietro
è conseguenza logica
quando non è possibile toccare
il cielo con un dito

all’angolo
di via San Biagio dei Librai
con San Gregorio Armeno
c’è ancora una tabaccheria
quella dei suoi fantasmi
e dei presepi
dove sua nonna rivendeva sale
quaderni e caramelle
e suo padre fumava le Camèl

 

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Radici

cristina tra i nonni
cristina piccola

Mio padre si sposò
perché tra le macerie
nel dopoguerra dei sopravvissuti
ebbe voglia di vivere la vita
come nei film di allora
poi se ne andò
perché nessuno gl’insegnò l’amore
e ci lasciò
mia madre e noi tre figlie piccole
e bastò
malgrado fosse vivo
a farci orfane

si fece un posto vuoto nel mio cuore
così che non si aggiunse un altro vuoto
quando venni a sapere ch’era morto
e penso che
lui forse è in qualche posto imperscrutabile
più giovane di me

 

 

 

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